Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Un ladro

Questo racconto è arrivato in finale su "Minuti Contati", una brutale arena di scrittura con incontri a cadenza mensile. La storia è stata pianificata e scritta con 4 ore di tempo limite e nessuno spazio per la revisione dopo essere stata postata.
Il tema di maggio 2021: Adattamento.

Oh. La porta è aperta, magari oggi è tornato prima.
«Papà?»
Guarda che bravo, non ha neppure dimenticato la luce del corridoio accesa. Sarà in bagno a fare una delle sue docce lunghissime.
«Riscaldo la pizza, ok?»
Lascio le scarpe di fianco agli ombrelli e giro l’angolo verso la cucina. La serratura del bagno scatta: allungo il collo nel corridoio. Un attimo, chi cazzo è questo? Non è papà.
La tasca dei jeans. Veloce, come nei western: punto e spruzzo lo spray. Il ladro grida e rotola sul pavimento, si sfrega gli occhi. Ho vinto? No. Le palle: devo colpirlo lì per dargli il colpo di grazia!
«Ferma! Sono un amico di tuo padre!»
«Come sei entrato!?»
Fissa l’ombra del mio piede sui suoi pantaloni. «Le chiavi erano sotto il tappeto, avevo bisogno del bagno e sono entrato. Giuro!»
«Cazzate! Muori, ladro di merda!»
«Non sono un ladro! Pietà!»
È seduto in cucina, si tampona gli occhi e la faccia con una borsa di ghiaccio.
«Quanta roba mettono in quegli affari al peperoncino?»
«Dov’è mio padre?»
«Ah, già,» si massaggia le tempie, «oggi ritarda un po’. Dovevamo incontrarci ma è saltato tutto.»
«E perché sei venuto qui?»
«Mi ha chiesto di tenerti d’occhio.»
Che idiota, mica ho tre anni! Ha perso la testa.
«Mi chiamo Ettore e— dove vai, Fiorella?»
«Non chiamarmi per nome, ladro. E sono cazzi miei dove vado a casa mia!»
«Ti faccio qualcosa da mangiare?»
Non mi piace questo Ettore. «Non ho fame.»
«Tuo padre cucina mai per te?»
«Macché, è del tutto incapace. Senza mamma qui si mangia solo pizza surgelata e kebab.»
Incrocia le braccia al petto. «Mi hanno detto che è cambiato, da quando tua madre è andata via.»
«Mio padre è lo stesso di sempre.»
«Un po’ sciroccato?»
«Come di permetti?! Vattene via! Non mi frega niente se ti ha detto di venire qui a sorvegliarmi. Vattene!»
Viene a bussare alla porta. È ancora qui? Ovvio, non mi ascolta mai nessuno. Ma che parlo a fare, allora?
«Fiorella?»
Muori, ladro. Non ti ha mandato papà, a papà cosa frega se sono sola a casa? Sarà a bere coi suoi amici. Sciroccato, hai ragione tu. Io non sono la mamma, non so come tenerlo a freno.
«Fiore? Tuo padre è bloccato nella neve. Torna domattina.»
«Ti ho detto di andartene o chiamo la polizia!»
Tornate dentro, lacrime. Niente singhiozzi davanti agli sconosciuti. Calma, Fiorella, dai. Va tutto bene. Ce la fai anche da sola, questione di abitudine.
«Apri la porta? Voglio parlare di tuo padre.»
«Perché? Che ti frega di lui!?»
«Fiorella, non mi ha mandato lui, ok?»
Apro la porta di un filo e lui è lì, con le mani in tasca e lo sguardo da morto. Ma chi è questo qui? «Sei davvero un collega di papà?»
«Sono il suo medico.»
«Medico? Ma lui non è—» oh, certo: medico, quel medico. «È per colpa tua che torna tardi la sera?»
«Ci incontriamo due volte a settimana. Oggi mi ha chiesto di vederci a casa vostra, ma la neve lo ha fermato a lavoro; quella parte è vera.»
«Essere un medico non ti autorizza a irrompere in casa mia.»
«No, hai ragione: è stata una mia idea e me ne assumo le responsabilità. Le chiavi non erano sotto il tappeto, ne ho una copia.»
«Perché?»
«Per sicurezza, ha detto tuo padre.»
«Che sicurezza?»
«Senti, Fiorella, io posso aiutarlo, ma tu devi—»
«Vattene.»
«Fiorella, non hai—»
«Ti ho detto di andartene!» Lo spingo contro la parete. Qualcosa per colpirlo, qualsiasi cosa. Il vaso. «Vattene, o te lo spacco in testa!»
«Non ci tieni a tuo padre!? Ha bisogno di aiuto!»
«Ci penso io ad aiutarlo! Vattene! Voi psicologi siete tutti inutili! È per colpa tua che continua a pensare alla mamma! Come farà a dimenticarla e vivere senza di lei con voi attorno!?»
«Fiore—»
Non riesco a controllarmi: gli lancio il vaso, che scoppia contro la parete. Se non va via lo uccido sul serio.
È passata una settimana. Papà è in salotto, ride davanti alla tv. Sbircio dal corridoio. E le chiamo risate, quelle?
«Papà...»
«Dimmi, bambola. Ah, la mamma dov’è? A fare la spesa?»
Non ce la faccio. Non ce la faccio da sola ad abituarmi a questa vita.
Suona il citofono.
«Bambola, vai tu? Sarà la mamma.»
Alzo la cornetta: «Chi è?»
«Un ladro.»
Apro la porta.