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Giovanni Attanasio

Scrittore

Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Un Figlio Maturo

Nota: Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è da considerarsi puramente casuale.

Ogni volta che padre Gabriele levava gli occhi verso il Cristo, verso il suo costato ferito, immaginava di essere quello specifico romano, colui che aveva spinto la propria arma contro chi aveva dato la vita per l’intera umanità. Voleva dire a Gesù, tra le lacrime, che non valeva la pena di sacrificarsi, e voleva punirlo per essere sempre così buono e testardo, l’esempio di misericordia e perdono che tutti avrebbero dovuto seguire. Puniva Lui, il figlio di Dio, perché orientare quella lancia verso se stesso e piantarsela nel cuore avrebbe richiesto molto più coraggio.
Nelle domeniche d’estate il sole ardeva con l’intenzione di fondere la pietra della piazza della parrocchia. Bruciava senza nubi a frenare la sua pazzia, e si accaniva sulle teste lucide dei mariti, sui veli attorno al capo delle vecchie signore, sulle braccia di chi il sole lo sopportava già tutta la settimana, issando macigni e spalando sabbia, zappando la terra o faticando per elemosinare la paga minima a un datore di lavoro sempre in giacca e cravatta.
«Pregate, fratelli e sorelle,» diceva padre Gabriele, che aveva l’aspetto di tutto meno che di un parroco di provincia, «pregate perché ce n’è tanto bisogno!» e nel dar le spalle ai fedeli, si andava a inginocchiare sempre nello stesso punto, sul marmo ormai scolorito che accoglieva le sue ginocchia e le cullava. «Pregate.»
«Amen!»
E tutti se ne andavano, perché quel pregate segnava la fine della messa domenicale. Padre Gabriele li accompagnava personalmente alla porta della chiesa secolare, chiacchierando e scherzando del proprio aspetto da playboy all’americana. La gente lo seguiva perché le omelie del giovane parroco meritavano d’essere ascoltate. Lui, più che recitare i passi del vangelo e interpretarli con sentimento mischiandoci le proprie esperienze, non faceva altro: raccontava volentieri di sé a loro, ma loro non dovevano raccontare di loro a lui. Ferrea, la sua regola che tanti a volte dimenticavano di rispettare.
«Padre,» una signora che si portava sulle spalle più anni di quanti numeri sapesse contare lo accostò con la riverenza che la sua generazione riservava solo a preti e dottori. «Padre, la mia nipotina, si ricorda?»
Padre Gabriele alzò il capo, cercando in fondo al piazzale soleggiato dove fosse la giovane a cui la signora alludeva. «Cos’ha sua nipote, signora Carmela?»
«Il disgraziato l’ha lasciata così, senza dire nulla. Infame, quello, ma lo sapevamo tutti.»
«Capisco,» sospirò. La ragazzina in questione, che lui non volle definire bambina per pietà del Cristo che ancora li guardava dalla navata, avanzò di un passo. «Io, come ben sapete, sono solo un prete. Ciò che posso fare è ascoltare le vostre confessioni e pregare per voi.»
La nipote della signora, con le lacrime agli occhi, rese ancor più chiara la condizione in cui si trovava spostando le mani dal ventre. La magliettina si sforzava di restare aggrappata alla pancia tonda e pesante che la ragazzina doveva sopportare. Padre Gabriele la guardò di sfuggita, senza soffermarsi né sul pantaloncino arancione né sui braccialetti colorati che indossava a mani e caviglie.
«Vi conviene andare in un consultorio. Ha capito, signora Carmela? Porti sua nipote in un consultorio, da degli esperti.»
«No, no!» obiettò l’anziana, prendendo per il polso la giovane muta. La spinse, seppur con gentilezza, tra le braccia del prete. «La guardi, padre Gabriele! Quale consultoio, no. Quelli non sanno che devono fare, le ammazzano le figliuole come a Michelle.»
Il giovane parroco, accaldato e strozzato dal colletto dell’abito talare che indossava sopra dei semplici jeans, si appellò al suo Signore perché gli offrisse una scappatoia da quella situazione in cui non voleva restare invischiato. Sapeva bene che le persone anziane, specie in quella provincia in cui aveva scelto di prestar servizio, faticavano a comprendere le regole. Così, di tanto in tanto, padre Gabriele doveva sorbirsi le lamentele di chi preferiva affidarsi alla chiesa piuttosto che a chi, di norma, aveva il compito di risolvere problemi gravi come minorenni messe incinta o violenze domestiche e maleparti tra vicini.
«Signora Carmela,» lui la interruppe con delicatezza, visto che quella ancora blaterava dei doveri di un prete e di come si faceva ai suoi tempi. «C’è una donna sulle scale della chiesa, devo andare.»
«Mi prometta di far qualcosa per Michelle, per piacere. È già stata disonorata, abbia almeno la pietà di offrirle una guida!»
Il padre sorrise, annuì e poi si incamminò verso la donna che aspettava sulle scale della chiesa. Quando fu distante, mormorò tra sé e sé: «Signora Carmela, la pietà la lasci al Cristo, l’unico capace di misericordia. Noi uomini, i preti soprattutto, non siamo capaci proprio di niente.»

La donna che aspettava il parroco sulla gradinata della chiesa non gli sembrò essere della zona. Nel sogguardarla mentre procedeva verso il portone, padre Gabriele dedusse che venisse dalla città, dal centro vivo e moderno e non dall’arida provincia.
«Buon pomeriggio, padre,» esordì lei, salendo di un gradino.
Il tacco affilato quasi spaccò la pietra antica, rumoreggiando in tutto il piazzale. «Buon pomeriggio a Lei, signorina. Come posso esserle utile?»
«Non mi dia del Lei, padre, per carità, mi fa sentire in imbarazzo,» sorrise, aggiustando la pochette al fianco, sopra la minigonna dell’abito porpora.
Padre Gabriele si concesse una sbirciatina velocissima della sua interlocutrice: dei capelli gonfi e acconciati, ricci e pazzi, gli rimase ben poco. Per gli occhi, dovette ammettere, faticò ad accontentarsi di quella veloce guardata, e dovette di nuovo levare il capo verso di lei.
«Padre, vorrei confessarmi. O bisogna prendere un appuntamento? Come funziona?»
«No, signorina, quale appuntamento, non siamo al comune. Vieni pure dentro, sediamoci.»
«Non c’è un confessionale?» domandò lei, scossa da un brivido di freddo non appena varcò il portone della parrocchia: il diavolo e la sua calura sapevano benissimo dove finiva il loro regno e dove cominciava quello del Signore.
«Il confessionale ci sarebbe, ma è messo male.»
«Andrà bene,» sorrise di nuovo, spulciando con gli occhi d’argento ogni singolo anfratto della chiesetta. Quando vide il confessionale, polveroso e dimenticato, avanzò decisa verso la meta. «Sono Lucilla, padre.»
«Lucilla...»
«Lo so, è un nome strano,» sospirò, riempiendosi il petto di memorie, «a mamma piaceva, e papà è da qualche parte in America; non ha mai avuto molta voce in capitolo. Soldato della guerra, lui, mi raccontava mia madre.»
Padre Gabriele annuì, suggerendole con un cenno stentato di entrare nel confessionale per proseguire la discussione. Si accomodarono entrambi, uno da un lato e una dall’altro, si fecero il segno della croce e restarono in rispettosa contemplazione del silenzio per qualche attimo.
«Dimmi pure, Lucilla, non aver paura di aprirti davanti a Dio nostro Signore.»
Lei, dopo aver grattato via la polvere dal legno del confessionale, rimase a fissarsi pensosa l’unghia smaltata. «Padre...» tentennò, cercando invano il volto del prete oltre la grata arrugginita. «Ho commesso tanti peccati dall’ultima volta che mi sono mostrata a Dio. A dire il vero, commetto peccati giornalmente, padre, rubando i mariti di donne che non vedrò mai, offrendo a quegli uomini il mio corpo per denaro. C’è una cosa, però, che è molto più grave di tutte le altre: ho ucciso una persona.»
Padre Gabriele afferrò la croce sul petto, la strinse fitta. «Dio è grande e misericordioso, Lucilla.»
«Mi fido delle sue parole, padre, ma so pure che c’è un limite a quanto Dio può sopportare. Mi sarà negato il paradiso e come non avranno misericordia di me gli uomini su questa terra, non ne avrà Dio nella Sua.»
«Lasciamo a Lui queste decisioni.»
«Ucciderò ancora, padre, e dovrò confessarmi ancora. Spero soprattutto che Dio sia grande e compassionevole come Lei vuole farmi credere.»
Recitò una breve preghiera e lasciò il confessionale, coi tacchi a rumoreggiare nella navata della chiesa. Padre Gabriele uscì dall’altro lato del confessionale e la trovò lì, ferma tra le panche, a un passo da intingere le dita nell’acqua santa. Vestita di rosso, col decoro di coprirsi almeno le spalle con uno scialle, Lucilla si fece ancora una volta il segno della croce e ringraziò il padre per averla ascoltata.


Il commissario Di Stefano, con una mano alla cintola e l’altra al sigaro, contemplava, gratuitamente e senza bisogno di prenotazione, la scena offertagli nel nightclub di via Roma.
Prese il blocchetto dalla tasca: «Dunque, abbiamo qui, più comodo che mai e ben seduto, il signor...» gli guardò i piedi, le scarpe di pelle di serpente, «tale signor Parisi, Amedeo Parisi, uno dei tre proprietari dello stabile “Las Vegas”, in Via Roma, civico diciotto. Il signor Parisi è stato accoltellato due volte alle gambe, coscia destra ambedue le volte, e poi un’altra, dal basso verso l’alto, ai testicoli. L’ultimo colpo, forse quello mortale, inferto alla gola.»
«Commissario, sono arrivati,» comunicò il collega, ammiccando alla porta del nightclub.
«Lasciamoli lavorare. Non hai toccato niente, vero?»
«No, commissario, per carità. Tutto fresco.»
I due uscirono lasciando spazio alla scientifica. Scambiarono pochi grugniti e qualche saluto forzoso prima di uscire alla luce del sole. Camminarono verso il chiosco all’angolo, ordinarono due birre gelate e si sedettero al tavolinetto di plastica bianca, resa più dura del marmo dalla mano dedicata della sfera incandescente.
«Che ne pensa, commissario?»
«Così, su due piedi? Una donna.»
«E perché? Le ferite sembravano belle profonde.»
Di Stefano sogghignò, sorseggiando la birra. «Ora mi vorresti dire, amico mio, che tua moglie non sarebbe in grado di infilarti nel culo una spranga di ferro e fartela uscire dalla pancia?»
«Ma commissario, Giuseppina ha una certa corporatura...»
«Hai visto? Magari anche la nostra assassina è bella nutrita.»
«In un nightclub?»
Il commissario volse gli occhi al cielo, scocciato dalla discussione. Guardò un’ultima volta l’ingresso del Las Vegas e meditò, lisciando col dito la testa della bottiglia di birra. «C’erano macchie di sperma sul tappeto. L’uomo ammazzato aveva segni di rossetto sul collo, sulla fronte, e qualcuno pure più sotto. Lo abbiamo trovato lì, sotto chiamata della ditta di pulizie, il che significa che è rimasto da solo la notte in compagnia della sua assassina.»
«È sicurissimo sia una lei, commissario.»
«Uno come quel Parisi farebbe inginocchiare un uomo davanti a sé solo per sparargli in fronte. È una lei, caro collega, ed è una lei che lo ha attirato nel nightclub ben oltre l’orario di chiusura. Se quella baracca avesse le telecamere di sorveglianza avremmo già risolto tutto.»
La porta del nightclub Las Vegas si aprì lentamente. I due amici si alzarono dal tavolinetto sgangherato e fissarono gli uomini della scientifica.
«Commissario Di Stefano, venga dentro, dobbiamo parlare.»

Lucilla, come aveva promesso, tornò in chiesa a confessarsi. Padre Gabriele l’aveva già intravista a messa la domenica trascorsa, e non aveva dubbi che la signorina dall’abito rosso si sarebbe ripresentata. Gli venne in mente solo quando furono uno di fronte all’altro ciò che tutto quel teatrino stava a rappresentare.
«Padre, è successo ancora, io—»
«Non voglio sentire una parola se non sotto confessione,» la bloccò, alzando la mano. «Anzi, se c’è un modo in cui posso aiutarti è proprio quello. Posso solo ascoltarti e guidarti sotto la luce del Signore.»
«Lo capisco, padre Gabriele,» sospirò Lucilla, coprendosi le spalle e preparandosi a entrare in chiesa. «Lo capisco davvero. Ho parlato con un paio di signore, domenica, e mi è stato detto che lei fa sempre così, padre Gabriele: si parla solo sotto confessione. Mi domando cosa la spinga a distaccarsi tanto dalla gente che chiede aiuto.»
Lui indicò con un cenno del capo il confessionale, ma Lucilla non si mosse dal portone. Rimase lì, con gli occhi rivolti al Cristo in croce, e poi, solo dopo essersi calmata, osservò il volto sudato e accaldato del giovane prete.
«Non offro aiuto, Lucilla, perché un uomo con dubbi e risentimenti non è adatto a offrirne. Sono prete per paura, non per vocazione.»
«Eppure, se non ho frainteso tutto, mi pare che lei voglia offrirmi il suo aiuto, padre Gabriele, e non solo sotto confessione.»
Nel fare quel passo in più, Lucilla si mise proprio sotto la luce che trafilava dal rosone. I fasci rossastri e colorati si posarono su di lei, delicati ma allo stesso modo invasivi, e resero la sua pelle più bella che mai; il diavolo si impossessò dei suoi due seni corposi, e padre Gabriele ebbe la sensazione che il meschino demonio li stesse sorreggendo con le infami mani, per metterli ben in mostra e chiamarlo a gran voce per prender parte al banchetto.
«Nel confessionale, Lucilla, o la nostra discussione finisce qui.»
«Dunque non vuole aiutarmi, padre Gabriele?» i tacchi rumoreggiarono ancora, e pure se lui non stava guardando più, capì di averla alle spalle. «Il fatto è accaduto di nuovo, padre, e dovrà succedere almeno un’altra volta.»
«Lucilla, va’ via.»

Il commissario Di Stefano non trovava pace, né nel bicchierino di amaro prima di rientrare a casa, né sotto le coperte con la moglie e la bimba piccola. La misteriosa assassina aveva ammazzato ancora, con le stesse modalità, in un secondo nightclub. Era successo al “Miami”, dall’altro lato della città.
Mentre meditava di fronte al ghiaccio nel bicchiere, il cellulare gli suonò in tasca. Aprì lo sportellino e controllò chi fosse: «Dimmi pure, Lucio.»
«Commissario, sono stato dove mi ha detto, e forse ci sono delle novità.»
«Forza, dimmi. Veloce.»
«Tra tutte le signorine dei fratelli Parisi, solo un paio lavora in tutti e tre i locali. Ho chiesto proprio quello che mi ha detto di chiedere, e ho preso degli appunti: una di loro aveva l’ultimo turno proprio quando è accaduto il primo omicidio.»
«E lo stesso turno per il secondo.»
«Sì.»
«E avrà lo stesso turno per il terzo omicidio.»
«Se lo dice lei, commissario, sarà vero.»
Il commissario Di Stefano salutò e chiuse il cellulare, trincando in un solo sorso l’amaro che aveva davanti. Quella notte, la figlioletta e la moglie avrebbero potuto abbracciare papà senza che lui blaterasse dei propri insuccessi e fallimenti.

Sul giornale del diciannove luglio, proprio sulla prima pagina del gazzettino locale, padre Gabriele lesse una notizia che gli tolse l’appetito. Mise da parte il piatto, si alzò e uscì usando la porta della sacrestia che dava sul retro. Camminò sull’erbetta secca, tra i ramoscelli avvizziti, leggendo e rileggendo le stesse due righe: “Assassina dei nightclub presa in custodia dalla polizia”.
Sottotitolo e articoletto non gli avrebbero detto nulla di nuovo, così chiuse il giornale e tornò in sacrestia. Nella testa gli turbinavano le parole di Lucilla, il suo modo di fare ammiccante, forse dettato dalla paura di finire in prigione, dalla necessità di cercare aiuto per evitare che accadesse. Era tardi, ormai, e padre Gabriele si forzò a scrollarsi di dosso quel fattaccio e andare avanti con la vita. Non si era mai sentito in colpa per non aver aiutato la signora Carmela e la sua nipotina incinta, e non gli parve rispettoso farsi rovinare l’umore dagli ultimi avvenimenti: solo perché Lucilla fosse avvenente, non significava che meritasse più attenzioni di raggrinzite signore o delle bimbe a cui dovevano badare.
«Padre Gabriele?»
S’atterrì, balzando dalla sedia. «Lucilla? Oh, Dio misericordioso!»
«Mi prenderanno!» scoppiò in lacrime e corse verso di lui che, a corto di alternative, dovette farsi abbracciare e piangere addosso.
Tentò di spingerla con gentilezza, ma lei si avvinghiò forte e altrettanto forte singhiozzò.
«Sei scappata dalla polizia?»
«No,» puntò gli occhi puri e straordinari verso il prete. Lucidati dalle lacrime, quei due diamanti meritavano tutta l’attenzione dell’intero Creato. «La polizia ha preso la ragazza sbagliata. Non ci vorrà molto prima che arrivino a me.»
«Io non voglio saperne niente, Lucilla. Se non sotto confessione, noi non possiamo—»
«Smettila!» urlò lei, battendogli un pugno sul petto. «Ma non vedi che sono disperata?! Non voglio andare in prigione! Io non ho fatto ciò che ho fatto perché sono sadica o malata, io l’ho fatto per difendermi! Quelli mi usano e mi sfruttano senza pietà, tengono in ostaggio il mio piccolo angioletto.»
«Lucilla, sono solo un prete.»
Lei asciugò le lacrime invano. «Solo un prete?»
«Sì. Non posso che—»
«Lascia stare, non so nemmeno cosa sto facendo qui.»
Padre Gabriele fissò il piccolo crocifisso della sacrestia, respirò quanta più aria poté e si lasciò guarire dai pensieri maligni che lo attraversavano. Con decisione, allontanò Lucilla da sé. «Va’, Lucilla.»
«Che significa? Dove devo andare?» pianse, governata da cima a fondo dalla paura che un poliziotto sbucasse dal nulla e l’afferrasse per i capelli.
«Sono solo un prete.»

L’auto del commissario Di Stefano non ebbe pietà del ciottolato né di chi, lì attorno, aveva osservato la sua scalmanata manovra di parcheggio. Scese e si chiuse lo sportello alle spalle quasi con rabbia, mentre dall’altra portiera il fidato collega e amico Lucio lo imitò, sentendo di doverlo fare.
Con in mano distintivo e quanto gli serviva per atterrire tutto il piazzale, avanzò verso il bar più affollato. Prima di entrare controllò ogni balconcino dei condomini fatiscenti e ingialliti che lo circondavano: piccoli occhi invisibili lo scrutavano da dietro le imposte, muti e indispettiti.
«Avete visto questa signorina? Si chiama Lucilla, mi è stato detto che l’hanno vista più volte prendere l’autobus verso di qui.»
«Noi non sappiamo niente.» Rispose il barista, facendosi portavoce dell’opinione di tutti i presenti. Di Stefano, snervato, uscì e fece per andare all’auto, quando un grosso crocifisso lo bloccò con le mani sulla portiera.
«C’era pure prima, quella chiesa?»
«Sì, commissario.»
Avanzavano a passo spedito, e altrettanto faceva il solitario individuo che videro scendere la scalinata.
«Buongiorno, padre!» esordì il commissario, leggendo nell’espressione del giovane parroco le migliori intenzioni nel collaborare.
«Buongiorno a voi, agenti. Come posso esservi utile?»
«Stiamo cercando una giovane, tale Lucilla Ferrara.» Esibì la foto, scrutando i lineamenti del parroco farsi severi. «Le ricorda qualcuno? Magari è venuta a messa, padre. È una giovane molto fedele, forse è addirittura passata per confessarsi.»
«Temo di non averla mai vista, signori.»
Il commissario Di Stefano studiò ancora il giovane: «Stavate andando da qualche parte, padre?»
«Sì, a dire il vero.»
«E dove?»
«Devo andare a discutere con monsignor Zappalà per avere delucidazioni su una faccenda. Sapete, signori, mi avete trovato proprio nel mio ultimo giorno come parroco. Mi dimetto.»
«E come mai?» domandò Lucio, tanto incuriosito da permettersi di togliere la parola al commissario.
«Ho voltato le spalle al Signore. Lui ha fatto tanto per me, mi ha donato qualcosa in cui credere, e io ho abusato della Sua fede e della Sua grazia già troppe volte. È giunto il momento di vivere da solo, senza che Lui abbia bisogno di proteggermi: ne dovrebbe andare fiero.»
Il commissario Di Stefano scosse il capo pensoso. «Fiero? Il Signore?»
«Sì, dovrebbe essere fiero: uno dei suoi figli è maturato tanto da sentirsi in grado di affrontare il mondo da solo.» Si guardò le mani, le stesse con cui aveva stretto quelle tremanti di una giovane madre che supplicava aiuto. «È ancora valida l’offerta di un passaggio in centro?»

FINE (ma c'è dell'altro, continua a leggere.)


Analisi tarocchi

Grazie per aver letto questo racconto!

La storia è frutto di un gioco che ho fatto coi miei lettori e lettrici su Instagram e Facebook. Ho dato loro la possibilità di scegliere cinque numeri che avrei usato per estrarre dei tarocchi su cui basare una storia originale. Se sei curioso e vuoi partecipare, puoi seguirmi sui miei canali social per non perderti altre novità e iniziative simili!

Di seguito fornirò una breve analisi dei tarocchi estratti e cercherò di chiarire come li ho interpretati per dar vita a questo racconto!

II of PentaclesC'è poco da fare, questo è il tarocco che rappresenta il nostro protagonista. Ci sono molti elementi religiosi nella storia e la vicenda ruota tutta attorno ai dilemmi e ai dubbi di questo prete di provincia, un giovane parroco che non vuole immischiarsi troppo negli affari della comunità. Allo stesso tempo, l'arrivo di Lucilla accenderà in lui una nuova fiamma, un fuoco che consumerà la sua fede e metterà a dura prova tutto ciò che crede. Cercherà di appoggiarsi sempre al Signore, di rifuggire il confronto con Lucilla, ma la fiamma continuerà ad ardere e finirà per portarlo alla decisione finale (sulla quale dirò poco perché voglio che vi facciate la vostra idea).
IV of WandsHo utilizzato questa carta come setting, piuttosto che come personaggio o situazione specifica. L'idea del nightclub non è arrivata subito, ma l'ho ritenuta la scelta migliore per dare corposità al personaggio di Lucilla. È forse un classico accostare la prostituta e il prete, un po' il sacro e il profano, e mi sono sforzato di dare a entrambi i personaggi elementi dell'intero spettro morale. Lucilla è molto credente, soffre per ciò che fa ma sa di doverlo fare per salvare il suo angioletto; padre Gabriele è diviso tra la vita da parroco e le proprie pulsioni, le proprie necessità e soprattutto la propria incapacità di offrire aiuto a chi ne ha bisogno.
X of WandsQuesto tarocco torna spesso a farci visita e forse siamo alla sua terza apparizione. Questa volta non mi ha dato segnali molto forti, se non sulla natura di Lucilla, sulla quale non avevo ancora costruito una storia vera e propria. Ho usato questa carta per modellare questo personaggio notturno, femminile e circondato, come nel tarocco, da un'aura di mistero.
Ace of SwordsL'esplosione di luce della lanterna, i suoi raggi luminosi che viaggiano verso ogni direzione: idee, intelletto, furbizia e capacità di osservazione. Questo è l'unico tarocco che ho dedicato al commissario, nonostante sia stato un personaggio parecchio divertente da scrivere. Non solo il commissario è stato appagante da realizzare, ma tra gli attori principali è colui che ha il sofisticato ruolo di movimentare l'azione, di spingere, ancor prima di presentarsi nella scena finale, gli altri personaggi a interagire, a risolvere i loro conflitti, a darsi una mossa prima che la società arrivi a mettere il becco (e le mani) tra Lucilla e padre Gabriele.
II of CupsPer ultimo, proprio perché cardine dell'intera faccenda, ecco il tarocco che ha fatto esplodere l'idea nella mia testa. Guanti usati, abbandonati, forse sporchi di sangue; nell'idea originale avevo immaginato che quella fosse cera, di una candela rossa, alla quale volevo collegare altri elementi ritualistici o ecclesiastici. Alla fine è nata Lucilla, la misteriosa donna bellissima col suo abito rosso, un'assassina ricercata ma anche una madre disperata e minacciata da loschi figuri. Sfilandosi i guanti macchiati dal delitto, Lucilla si libera di quel lato di sé con cui è costretta a convivere per il bene del suo bambino. Attraverso la confessione, Lucilla spera che oltre ai guanti possa anche liberarsi dell'ombrosa cappa che le stringe le spalle e l'anima.

Grazie ancora per aver letto questo racconto e la mia interpretazione dei tarocchi! Se vuoi commentare o dirmi qualcosa, puoi farlo sotto il post del racconto, su Instagram o Facebook, oppure mandarmi un messaggio privato.

Alla prossima avventura assieme!