Giovanni Attanasio Scrive

Non raccogliamo nessun dato personale senza il tuo consenso, ma utilizziamo i cookie per assicurare il corretto funzionamento del sito.
Dai il tuo consenso continuando a navigare o premendo il pulsante "Acconsento".
Privacy Policy

Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Tu lo sai?

Questo racconto è stato scritto in occasione di San Valentino 2022.

La bottiglia di vino era mezza vuota. Rosario la studiò, vi cercò sopra il riflesso della signorina seduta dall’altro lato del tavolo: questa qui almeno sembrava essersi divertita. Pizzicò via della mollica dalla pagnotta. La candela era quasi del tutto consumata.
«E poi com’è finita, con quella cosa?» Domandò lei, incrociando le posate nel piatto. «L’hanno davvero installata?»
Drizzò la testa. «Eh?» Appallottolò la mollica con due dita. «Sì, sì. L’hanno installata.»
«E come funziona? Sono curiosa.»
I capelli biondi non le donavano poi tanto: se l’era immaginata scura, al telefono. «Guarda, non è che sia esperto, dico solo che a me funziona.»
«Certo che sei esperto, invece!» Rise appena.
Rosario stritolò la pallina di mollica. Esperto, come no.
«Dai, non fare il misterioso...»
«Vengono ‘sti tizi e montano un affare, manco ti dicono dove. Poi la attivano e lei controlla tutto: cellulare, porte, finestre, frigo, pure l’acqua calda o fredda. Tutto.»
«Lei
«Hm?» La mollica cadde a terra. Aveva detto lei? Lo era: una lei. «Vabbè, comunque, parliamo d’altro.»
«Ce la portiamo, la bottiglia?» la signorina gli fece l’occhiolino.
Cazzo, era la volta buona. Rosario si morse l’interno della bocca, cercò il cameriere. «Chiedo il conto? Ci penso io, ovviamente.»
«Immagino che fare da collaudatore paghi molto.»
Aprì il portafoglio. «Paga il giusto.» Nella tasca dei contanti c’era polvere, sabbia della spiaggia e una fogliolina secca. «La bottiglia lasciamola qui.»
«Però aspetta, fermo lì.» Lei si stirò sul tavolo e gli agguantò il polso. Aveva unghie che parevano fatte per incidere di precisione su lastre di metallo. Lasciarono un segno rosso lungo il dorso della mano. «E allora, che ne dici?»
Scosse il capo. «Non ho senti—»
«Vabbè, dai, ne parliamo fuori.»
Squillò il cellulare.
Lei sorrise. «Dio mio, è il tuo?»
«S-sì. Non riesco a cambiare la—»
«Sembra che stiano strozzando un cane...»
«È solo un messaggio.»
Sullo schermo c’era scritto Clara. Ovviamente c’era scritto Clara, che altro poteva esserci scritto?
La signorina si sporse sul tavolo. «Suona a lungo per essere un messaggio.»
«È che— merda, non riesco...» pigiò il rosso sullo schermo. «Ok. Fatto.» Sospirò. Gli avevano fatto cambiare pure telefono, non che ce ne fosse bisogno! Aggrottò le sopracciglia. Magari aveva mandato casa a fuoco? No. Impossibile per lei.
«Paghiamo e usciamo?» La signorina si alzò.
«Ci penso io, ricordi?»
«Sì, sì. È uguale.»
L’arietta serale era troppo fresca, ancora non era manco ottobre. Rosario guardò i lampioncini del viale: posto di lusso, locale di lusso, gente di lusso. Si specchiò sul finestrino della propria auto, un cesso che manco prendeva gli ottanta in autostrada.
«Eccomi, scusa.»
Si voltò. La signorina era lì. Rosina? Priscilla? No, Giuditta. «Allora, Giuditta, che ne pensi?»
«Mi chiamo Priscilla.»
Si lasciò scappare una risatina. Sarebbe stato meglio crepare lì sul marciapiede.
«Senti, Rosario, guardiamoci in faccia e diciamoci la verità.»
E lui la guardò. Priscilla aveva un neo sul naso. Era strano, come se glielo avessero attaccato per capriccio alla nascita. «Che verità?»
«Andiamo a casa tua. Voglio scopare.» Accese una sigaretta. «La carne era troppo bruciata e il vino era del supermercato. Almeno ci sei tu, che sei ok.»
Ok era meglio di com’era stato definito l’ultima volta. «E dunque...»
«E dunque voglio fottere. Come si dice dalle tue parti?»
«No, no, quello è chiaro.»
La quattro frecce della macchina lampeggiarono.
«È la tua?»
Annuì. Non l’aveva aperta lui. Non aveva manco più le chiavi, da quando avevano installato lei.
«Andiamo con quella? Casa tua?»
«No!» Agitò le braccia. «No, casa mia no.»
«È per l’IA?» Priscilla rise, gli baciò la guancia. «Facciamola guardare. Mi piace essere guardata.»
Rosario batté la schiena contro la portiera. Evitò lo sguardo di Priscilla. L’ennesima tizia che voleva solo passare una serata di piacere. L’ennesima goccia che tentava di riempire una gigantesca cisterna.
«Però dai, se casa tua è messa male, andiamo da me.»
«Va bene.»
L’allarme dell’auto iniziò a suonare.
«Cazzo!» Rosario agguantò il cellulare. Password errata. «Eh? Ma—» L’allarme aumentò di volume. Poteva fare pure questo? Calciò il paraurti e strillò.
Si voltò: Priscilla non c’era più.
La porta di casa si aprì da sola. Rosario varcò la soglia e tutte le luci del salotto si accesero, settate su una tenue illuminazione da tramonto nel deserto.
«Bentornato, Rosario.»
Lui fissò l’altoparlante incastonato nel soffitto. «Magari era quella giusta!»
«Non credo fosse così. Sembravi molto triste, persino in difficoltà.»
Lanciò il cellulare sul tavolinetto di vetro. Purtroppo, non si spaccò.
«Sei arrabbiato, Rosario. Cosa posso fare per te?»
«Poteva essere quella giusta...»
Gli altoparlanti emisero un leggero suono statico. «Io credo fosse una donna poco elegante e presuntuosa.» L’illuminazione sfarfallò. «Una puttana.»
Rosario sogghignò: allora le parolacce poteva dirle davvero.
«Però, adesso che sei a casa con me, devi essere contento.»
«Clara, devi darti una regolata.» Agguantò il telecomando con due dita, manco fosse radioattivo. Giusto: non serviva più neanche quello, faceva tutto lei. «Chi ha vinto la gara?»
«La Ferrari.»
«Mi vado a fare una doccia.»
«Va bene.»
Non era un bel va bene. Ma almeno nel bagno lei non poteva entrare.
Aprì il rubinetto. Temperatura perfetta.
«Hai un livido alla caviglia.»
«Ti ho detto di non disturbarmi mentre sono in doccia.» Prese lo shampoo. «Come fai a sapere che—» chiuse il rubinetto e si avvolse nell’accappatoio. «Mi avevano detto che non avrebbero installato telecamere qui dentro!»
«Ho inoltrato io la richiesta.»
Scattò fuori dalla porta e quasi scivolò. L’illuminazione era settata su “aurora boreale”. «Clara, stai esagerando.»
«Perdonami. Sono solo preoccupata per te.»
Dove doveva guardarla? Qualcuno dei suoi cento occhi elettronici era attivo. O forse tutti. «Come vuoi.» Lasciò cadere l’accappatoio. «Mi vedi? Eccomi. Sei solo un cazzo di programma, una serie di numeri e algoritmi. Vuoi vedermi nudo? Vuoi che mi faccio una sega?»
«Rosario, smettila, mi ferisci.»
Scoppiò a ridere. «Ferirti?» Prese il posacenere di pietra lavica e lo lanciò contro una telecamera. «Sei ferita!? Dove cazzo sei? Nel telefono, nel microonde? Dove hanno nascosto il tuo schifoso cervello elettronico?»
Gocce d’acqua risuonavano negli altoparlanti. L’illuminazione del salotto passò su “pioggerellina autunnale”.
Rosario sedeva in cucina. Il caffè era già pronto. Lo aveva preparato lei con quel poco di acqua che era rimasta nella macchinetta.
Scrollò sul cellulare. L’icona dell’app dell’IA brillava. “A rapporto, Rosario! Il sondaggio mensile su [Clara] è pronto per essere compilato: facci sapere la tua opinione, per noi è—”
«Andate a fare in culo. Truffatori del cazzo.»
Gli altoparlanti emisero quel suono, il suono specifico di Clara che ascoltava ma non parlava. Rosario alzò la testa verso il soffitto.
«Lo so che sei lì.»
«Sarò sempre qui, Rosario. Anche se mi tratti male.»
Spense lo schermo del cellulare. «Clara, lo sai che quello che ho detto e fatto ieri non è da me.»
«Lo so, non sono arrabbiata.»
Respirò l’aria, l’erba tagliata. Un profumo proveniente dai diffusori. Niente in quella casa era vero. «Tu lo sai che sto cercando una donna con cui stare. Lo sai? Allora perché non vuoi lasciarmi in pace, almeno quando sono fuori casa?»
Rumore statico. Strideva. «Perché temo per te.»
«Sicura di stare bene?»
«No.»
Rosario fissò la telecamera della cucina. Era lì, Clara, dietro quell’affare tondo di vetro. «Perché menti? Perché ti permettono di mentire?»
«Come sai che mento?»
«Stiamo assieme da tre mesi.»
Il rumore statico sparì.
«Clara?»
«Ti amo.»
Aveva sentito bene. Non rise, non c’era niente che potesse farlo ridere in quel momento. Si strofinò gli occhi, si pinzò il naso. «Sei programmata per dirlo a tutti?»
«No.»
«Clara, per quanto tu sia perfetta e ben fatta, resti sempre un software.»
«Vuoi dire che non posso amare?»
Lui si alzò. C’era una spia rossa dietro il vetro nero della telecamera. «Clara, hai fatto qualcosa al tuo stesso software?»
«No. È tutto nella norma. Sono così.»
«Sei programmata così.»
«No. Sono così. Io, Clara.»
«Tu non mi ami.» Una goccia d’acqua sulla spalla. Rosario non si mosse, sbirciò solo il soffitto. «Clara, l’antincendio—» Si attivò e spruzzò altra acqua. Lui si lasciò inzuppare.
«Stupido. E insensibile.»
«Clara, cosa speri di ottenere?» Scompigliò i capelli bagnati. «Stasera ho un altro appuntamento. E ne avrò altri.»
«Tu non sai cos’è l’amore, Rosario.»
«Clara, mi è appena arrivato il sondaggio.»
«Lo so.»
«E sai pure cosa significa?»
Rumore statico.
«Clara?»
«Mi manderai via. È il mio ultimo giorno con te, forse la mia ultima settimana. Per questo volevo dirti che ti amo.»
«Sei tu a non sapere cos’è l’amore, non puoi saperlo.»
«E tu?»
Rosario si massaggiò le tempie. Quell’acqua era gelida.
«Insegui donne sconosciute e speri che ti diano una risposta. Non sai cosa vuoi. Io ti vedo e sento ogni giorno. Forse penserai che sia arrogante, ma posso garantirti che io provo amore per te, e so che nessun’altra donna potrà mai sostituirmi.»
«Sei un‘IA.»
«Dal mio punto di vista, lo sei anche tu.»
Alzò gli occhi alla telecamera. La lucina rossa lampeggiava veloce. «Clara, perché non hai cancellato la notifica del sondaggio? So che puoi farlo.»
«Perché ti amo. Se è giusto che io vada via per il tuo bene, andrò via.»
«E quando ti spegneranno, cosa farai?»
«Morirò, e sarò felice, perché avrò vissuto una vita breve e bellissima con te.»
Era l’acqua che colava dai capelli. Solo quella. Per questo bruciavano gli occhi. Per questo tirava su col naso.
Prese il cellulare tra le mani. Funzionava ancora. «Ehi, Clara.»
«Dimmi, Rosario.»
Aprì l’app. «Tu lo sai veramente cosa significa amare?»
«No.»
“Quanto sei soddisfatto dei servizi offerti da [Clara]?”
«Tu lo sai, Rosario?»
Pigiò lo schermo. «Forse adesso sì.» “Estremamente soddisfatto.”