Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Su quel treno

Questa storia è stata scritta in occasione della Festa del Papà 2021.

Non voleva che me andassi. Nessuno lo voleva, ma lui meno degli altri. Non te ne andare, avrebbe voluto dire; mi ha guardato salire sul treno con uno zaino in spalla e un borsone. Chiedimi di restare, papà. Non lo fece.
Cosa vedo in quel portafoto? Perché, mi domando ogni mattina, quel portafoto è ancora lì? C’è amarezza in quegli occhi infossati, coperti di rughe e stanchi. C’è una faccia che potrebbe assomigliarmi, ci sono capelli che sono come i miei ma con qualche ragnatela bianchissima incastrata in mezzo. Ci sono le guance, colline morbide e piene di ricordi.
Quando il cellulare suona ho solo una birra e due tranci di pizza a farmi compagnia. Non c’è luna e non c’è sole qui, solo voci straniere e un soffitto troppo basso: la promessa del futuro odora di muffa e condensa. Ah, l’odore della muffa. Quello vero, però. L’odore del sottobosco, dei passi sulle foglie marce, del fango sotto gli scarponi. Le unghie contro la corteccia, le dita tra le radici in cerca di funghi. Il profumo di terra zappata ed erba della camicia di papà. Il suo cesto di vimini. Vuoto, ma per poco.
Pronto? capisco che è lui dall’altro lato del telefono. Cosa c’è, come va, come stai. Le domande di rito sono finite, posso chiudere. Non abbiamo soldi, lo bisbiglia tra i denti e sento la pizza risalirmi lungo la gola. Continua e dice che li buttano fuori, che mio fratello ormai è a Roma; sono soli, senza un soldo, con una casa troppo grande per due anziani.
Chissà se il giardino è ancora come lo ricordo io. Un albero di gardenie tra l’erba che le mie mani non hanno mai voluto strappare. Una fontanella, i vasi di fiori lungo la parete, il sapore dell’estate ad accompagnare le grigliate in campagna e i pranzi in veranda.
Va bene, gli dico, mi prendo le ferie e torno. Non parla più. Se il telefono avesse gli occhi potrei vederlo, sapere che faccia sta facendo. Non c’è fretta, biascica tra le lacrime, torna quando puoi. Io e la mamma resistiamo, gli preme di precisare. Vuole farmelo pesare, ancora a distanza di anni? O sono io che ancora non mando giù l’idea che quella volta non mi abbia strappato il borsone dalle mani?
Ero giovane quando decisi di andarmene. Ho sentito che all’estero ci sono ancora posti di lavoro, grido loro in festa; se vado in Germania posso lavorare in fabbrica, e quanto ne sono contento! Mamma e papà sulla panchina in veranda, tutti e due con lo stesso paio di occhiali, a scambiarselo per leggere a turno. In Germania? domanda mio padre. La discussione non sarebbe continuata, lo sapevo già allora che non sarebbe mai continuata.
Ma io studio, imparo la lingua straniera, ingoio parole impronunciabili, compro dizionari e frasari. Io leggo, mi industrio, metto da parte quattro lire spazzando i vialetti dei vicini. Faccio il pastore, il giardiniere, smonto e monto mobili, faccio la guardia alle galline, inseguo le volpi.
Domani vado in Germania, lo dico all’alba del giorno in cui avremmo dovuto fare la passata di pomodoro. Domani parto. Lo ripeto, mio padre mi guarda. Cosa fai tu in Germania, mi prende per le spalle, ma non è aggressivo, non lo è mai stato. Io e tua madre che facciamo qua? cos’è che ha in faccia, chissà. Se ricordassi meglio quel volto potrei dire che è paura. Lo è stata? Se avevi paura di perdermi, di stare solo con la mamma, allora perché non me lo hai detto? Gli occhi parlano, dice qualcuno, ma io so che è la bocca a parlare; gli occhi, al massimo, ingannano.
Ci sono due anziani alla stazione del treno. Uno di loro assomiglia all’uomo della foto che ho sul comodino. Non ci sono parole tra noi, ci sono spazi, abbracci distanti, braccia protese e mani indecise. La mamma piange e io vorrei piangere con lei. Non posso, non voglio. L’uomo della foto è invecchiato tanto, è invecchiato troppo.
C’è freddo sopra? per sopra intende la Germania, lo stato straniero, oltre il confine. E io dico che il freddo c’è, persino d’estate e pure sotto le coperte. Io il freddo lo sento da quando ho lasciato casa. Ma questo non lo dico, non fintanto che lui può ascoltare.
Mangiamo. Vorrei chiedere dov’è la nonna, ma taccio; alle lettere dei funerali non ho mai risposto. Sono un viaggiatore del tempo. Io jeans e maglie colorate, loro bluse consumate e abiti a fiorellini. È grigio, tutto, dalle case alla terra. Dov’è l’erbetta verdissima su cui correvo a piedi nudi? E perché i tetti adesso sono così sbiaditi? Il rosso delle tegole si è spento? Nessuno paga la bolletta per questo paese e tutto è in abbandono.
Vuoi andare in montagna, a funghi? No, papà. Che altro dovrei aggiungere? Ti piaceva l’arietta che tira nel bosco, sussurra e alza le spalle.
Tiene le mani in tasca. Vorrei spingerlo, lo giuro, vorrei dargli un calcio e farlo cadere. Che farebbe? Lui e i suoi funghi. Vorrei fargli male. Vorrei fargliene così tanto che poi non avrei altra scelta che farmene altrettanto.
Andiamo in montagna, mormoro; l’albero di gardenie non c’è più.
Io e lui. L’uomo della foto, l’uomo che adesso ha bisogno di un bastone. Ti ricordi, passavamo da qua! annuisco e lo seguo. Ci sono i boschi in Germania? calo di nuovo la testa. E funghi ce ne sono?
Devo fermarmi. Lui si gira, si massaggia la gamba. C’è un filino di vento e quell’odore, proprio quello che tanto mi mancava, mi riempie il cuore. La muffa, il sottobosco, le fronde degli alberi, i muschi e il fango. No, non solo questo. È lui. Profuma ancora di quello stesso dopobarba, profuma di sudore e profuma di campagna, di legna bruciata, di potatura, di schiena piegata e di dita scorticate.
Papà. Mi dimentico chi voglio essere e ricordo chi sono. Papà, perché non mi hai mai fermato? Io sul quel treno non ci volevo andare. Io volevo restare con te e la mamma. Papà, perché sorridi sempre e non ti arrabbi mai?
Figlio mio, avanza. Mi fa paura. È una paura piacevole. Lo temo, temo ciò che sta per dire. Voglio che me lo dica: figlio mio, tu su quel treno per me non ci sei mai salito.