Giovanni Attanasio Scrive

Non raccogliamo nessun dato personale senza il tuo consenso, ma utilizziamo i cookie per assicurare il corretto funzionamento del sito.
Dai il tuo consenso continuando a navigare o premendo il pulsante "Acconsento".
Privacy Policy

Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Onore e rimpianti

ATTENZIONE: Il testo contiene riferimenti a violenza su minore.

Situazione drammatica: Conflitti con il potere.

Kojirō varcò la soglia di casa. Lanciò sul divano un fagotto di stoffa e il cappotto lungo.
«Papà?» Una vocina flebile dall’altro lato del monolocale. «Tadaimà
«Okaerì.» Allungò la mano e carezzò i ciuffetti rossicci della piccola. La mano indugiò. Si inginocchiò di fronte a lei. «Guarda, Arisu, un regalo. Un orsetto, come lo volevi tu.»
«Kawa—»
«Basta giapponese.»
Si imbronciò per un attimo. «È carino.»
Lui si rimise in piedi. C’era una confezione di patatine aperta sul tavolino. Di fianco il visore virtuale e il palmare. Arisu aveva solo un calzino. Kojirō si grattò la mascella, la barbetta ramata.
«Papà, oggi Finley non c’è?»
Girò di scatto il capo. «Non lo devi nominare!»
Arisu inciampò all’indietro e si riparò la testa.
«Non devi più chiedere di lui. Papà non è arrabbiato. Solo... non chiedere di quella persona.»
La piccina si massaggiò il sedere e osservò lo spazio luminoso tra la porta dischiusa e l’esterno. Riflessi d’insegne sui palazzi di fronte, l’aria satura dell’elettricità statica delle automobili, la nebbiolina mefitica non filtrata.
Kojirō chiuse la porta col piede. Portò entrambe le mani al volto, le vene del collo gonfie. Crollò in ginocchio di fronte alla piccola e slacciò l’elastico che gli teneva i capelli in un codino ordinato: colarono lungo le tempie rasate come plastica sciolta.
«Papà? Stai male?»
Sospirò e le porse l’orsetto. «Arisu, tu a papà dici sempre la verità?»
Lei annuì. Le lacrime si addensarono negli occhi di cristallo. «Ho fatto qualcosa?»
«No, amore.» Andò a bloccare la serratura di casa e sbirciò il fagotto sul divano. L’elsa della katana sbucava dalla sommità: la coprì con la giacca. «Finley è mai venuto qui mentre io ero a lavoro?»
«No.»
«La verità, piccola.»
Arisu singhiozzò e si strinse le manine al petto. «Sei arrabbiato.»
«Non con te.»
«Io dico la verità.»
«Quindi?»
Lei si grattò il gomito, iniziò a dondolare su sé stessa. «Cosa devo dire?»
«Finley è mai venuto qui senza di me?»
Negò col capo tanto forte che i capelli le finirono tutti davanti alla faccia. Li soffio via e tirò su col naso.
Kojirō le baciò la fronte. «Quando tu e Finley giocavate assieme, e papà era in doccia o distratto, è mai successo qualcosa?»
Negò. Ma poi alzò la testa e puntò il dito al ventre dell’orsetto. «Una volta mi ha fatto le carezze.»
Corrugò la fronte. «Dove?»
«Qui.»
Kojirō picchiò il pugno contro il muro. Arisu strinse l’orsetto al petto e si pulì il naso sul suo manto spelacchiato.
Kojirō allungò lo sguardo: la piccola pettinava l’orsetto. Prese il cellulare e lo collegò al portatile. Avviò un programma.
«Pronto?» Risposero dall’altro capo. Voce femminile, snervata.
«Sono io.»
«Kojirō, che cazzo. Come—»
«Siamo protetti, nessuno ascolta.»
«Non devi chiamarmi. Cravatta di merda.»
«Metti da parte la corporazione, per favore. Ho bisogno—»
«Non hai bisogno di niente, invece. Hai fatto la tua scelta.» Chiamata terminata.
Kojirō avviò di nuovo il programma.
«Ehi, non chiudere, ti supplico.»
«Stai piangendo?»
«Tesoro, ho fatto una cazzata.»
«Non chiamarmi tesoro
Lui tirò le gambe sul divano e si mise in posizione del loto. Respirò a fondo, la katana poggiata in equilibrio sulle ginocchia. «Devi prenderti la piccola. Non può più stare con me.»
«Ah? Cos’è, ti hanno tagliato gli assegni perché non l’hai iscritta a qualcuna delle loro scuole?»
«Sono serio.» Sfiorò l’elsa della katana. «Io e la corporazione abbiamo chiuso. Un taglio netto.»
«Non mi fido.»
«Ti supplico, Mizuki, è per la piccola. Sei ancora con quella gente, no? Proteggila, tu che puoi.»
«Kojirō, ma che hai fatto?»
Sospirò. Fissò i caratteri giapponesi sull’avambraccio destro: bushidō. «Non importa. Proteggi nostra figlia.»
«Kojirō...»
«Ha un loro chip nel piede destro.»
«A quello penso io.»
«Grazie, tesoro.»
Silenzio statico.
«Ah, un’ultima cosa. Assieme ad Arisu ti mando un orsetto: dentro c’è una chiavetta con delle cose che potrebbero essere utili, sia a te che ai tuoi amici.»
«Merda, Kojirō. Hai seriamente sfanculato la corpo—»
«È successo, poco da fare.» La piccola aveva smesso di giocare. Fissava papà. Lui trattenne il fiato e nascose la katana dietro la schiena. «Prenditi cura di lei.»
La sera prima Kojirō teneva la stessa katana sotto il cappotto. Le sue infradito sintetiche scivolavano veloci sul cemento sbriciolato della scalinata del condominio. L’insegna di un hotel su un fianco del palazzo aveva due lettere fulminate avvolte nei fumi neri dei falò dei barboni. Sirene distanti. Droni della nettezza urbana riprogrammati per pattugliare le strade, prostitute che li usavano per comunicare tra loro.
Alzò il capo: sul pianerottolo di fronte c’era una sola porta. Si avvicinò in un paio di balzi veloci: la serratura elettronica era fritta. Spinse, la porta cigolò. Entrò, una mano sulla katana, l’altra davanti a sé. Gambe piegate, passi lenti.
Tutto taceva: le luci non si accesero, la spia del frigo era spenta. Annusò l’aria. Corse attraverso il corridoio dell’appartamento e finì in una camera da letto.
Un uomo si voltò. «Kojirō, che fai qui? Mi hai fatto cacare addosso, pazzo di un ninja.» Rise e rinfoderò la pistola.
«Finley.» Due corpi adulti riversi di fianco al letto. Sbirciò il cellulare, lo puntò contro i cadaveri. «Erano miei, questi due. Dovrebbe esserci pure una bam—»
«Che c’è, amico mio?»
«Finley, fai un passo indietro. Fammi vedere.»
Le sopracciglia folte si toccarono, sopra il naso. Si drizzò sulla schiena e quasi sfiorò il soffitto del minuscolo appartamento. «Non dovevi passare di qui, Kojirō.»
Lui sfiorò l’elsa con due dita. La cintura di Finley era slacciata, l’ultimo bottone del pantalone pure. La bambina era distesa frontalmente sul letto, un cuscino sotto la schiena. Indossava un pigiama, ma solo la magliettina.
«Finley. L’hai trovata così?»
«Che ti frega? Andiamo a farci una birra, qui è tutto risolto.»
Kojirō sfoderò la katana e bloccò la porta con la lama. «Che hai fatto?»
L’altro sgranchì il collo. Indicò il letto. «Non è ovvio?» Sputò sul corpo morto. La saliva si mischiò al sangue e allo sperma sulle cosce pallide. «Andiamo a bere, forza.»
«Non ci pagano per questo, Finley.»
«Non ti capisco. Ci pagano proprio per ammazzare questa gente ingrata.» Pestò col piede la faccia di uno dei cadaveri, la donna. «Vedi qualcuno vivo qua dentro? No. E allora il lavoro è compiuto.»
«Non è così semplice.»
Finley afferrò la katana col pugno inguantato e la mise da parte. «È semplicissimo, invece. La corporazione decide chi vive e chi muore, e noi facciamo di sì con la testa.»
«Hai stuprato una bambina.»
«Lo voleva.»
Kojirō puntò la lama al collo di Finley. «La corporazione lo verrà a sapere.»
Sogghignò. «Lo sanno già.»
«Menti.»
Finley sbuffò. «Kojirō, ma da che parte stai tu? Questa puttanella sarebbe cresciuta come hacker, avrebbe solo rotto i coglioni. Almeno così è stata utile a qualcosa!»
Kojirō vibrò, portò la lama in posizione sopra la testa. «Dimmi che non hai mai fatto niente ad Arisu.»
«Abbassa quella spada.» Indietreggiò. «Non tocco bambine chippate. Però, visto che sembri intenzionato a prendere le distanze, potrei farci un pensierino...»
La katana raccolse la luce del neon e la scagliò su Finley. Lui si piegò di lato. Non abbastanza. La lama si conficcò nella spalla, strappò la pelle e continuò il tragitto sino al collo.
Kojirō l’asciugò sulla manica e la rinfoderò. Coprì la bimba con un lenzuolo. C’era un orsetto, sul comò.
Kojirō, in piedi nel monolocale, fissava un calzino rosa sul pavimento. Tutto taceva. Aveva spostato il divano, fatto spazio al centro della stanza. Il cellulare e il palmare erano adagiati sul tavolinetto. La tessera di riconoscimento e tutte le carte di credito e prepagate con timbro dorato della corporazione erano disposte a ventaglio di fianco alla pistola in dotazione.
Indossava un kimono. Si inginocchiò in mezzo alla stanza e adagiò con cura il tantō e la katana di fronte a sé.
Bussarono alla porta.
«Avanti.»
Due uomini in giacca e cravatta varcarono la soglia. Firma d’oro sulla giacca. L’unica luce della stanza, una striscia di led rossi, si rifletté sulla cromatura delle due pistole puntate su di lui.
«Kojirō O’Neill. Matricola ZL21-12-F2. Il gruppo Quiangwu termina la—» Il collega gli sfiorò la spalla, puntò il dito alle lame di fronte a Kojirō.
I due si inchinarono appena e si avviarono alla porta. Kojirō tese l’orecchio, non respirò.
«Dove sarà la figlia?»
«Il chip ne segna il decesso tre ore fa.»
«Giapponesi del—» La porta si chiuse.
Kojirō sorrise. Prese il tantō e ne poggiò la punta contro l’addome.

Grazie per aver letto questo racconto!
La storia è frutto di un gioco che si svolge mensilmente, basato sul testo "Le Trentasei Situazioni Drammatiche" di Mike Figgis. Estraggo una delle situazioni drammatiche e la utilizzo come ispirazione per la mia storia.
Seguimi su Instagram e Facebook per non perderti novità e iniziative!
Per questo racconto ho scritto due articoli che puoi ottenere gratuitamente seguendo le istruzioni nel post su Instagram, a questo link o puoi iscriverti alla Newsletter per ricevere i prossimi.