Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

La vasca accanto alla stufa

Pochi, a dire il vero tutti, sapevano quanto fosse difficile scovare un sorriso e un barlume di felicità in strada e poi in quella piazza col pozzo. Tra vestaglie infangate e carretti sgangherati in mezzo alla poltiglia odorante di vasi da notte e fango, Liquorice saltellava con una gioia tale che più che rallegrare riusciva, ma senza malizia alcuna, a rendere ancora più gravi e ombrosi gli sguardi e le occhiatacce torve.
Si chinava e offriva loro un fiore, un pezzetto di ferro modellato a balocco, una carezza, una parola dolce, un qualsivoglia gesto d’amore incondizionato verso l’umanità. Loro, seppur incarogniti dalle pernacchie del fato e del Dio che aveva deciso che il sole dovesse sempre brillare un poco più in là, in fin dei conti non riuscivano a volerle proprio malissimo: solo male, un poco, quanto bastava per farla ridere un po’ di meno. Non meritava odio, Liquorice, che s’impegnava a voler bene proprio come la mamma le aveva insegnato: si privava di tutto pur di alleviare le sofferenze di chi ormai la riconosceva subito, perché a differenza d’ogni altro misero infingardo, lei quando allungava la mano non era per chiedere che venisse riempita, ma perché voleva che fossero gli altri a prenderne.
E quella sera, come tutte le altre del bel periodo freddo e assassino che era l’inverno, Liquorice rientrava dal suo lavoretto giornaliero per la “nonnina delle erbe”, come la chiamava lei. La vecchia signora, che numerosi invece chiamavano strega e pure peggio, aveva messo tempo addietro le dita attorno al tenero collo della fanciulla e, sussurrandole all’orecchio cose meschine e false, l’aveva presa con sé per insegnarle il mestiere. Il padre di Liquorice, che di tempo ne aveva poco e di soldi ancora meno, non si era lamentato dell’offerta della Nonnina e aveva lasciato che la figliola la aiutasse durante la settimana.
Com’era consuetudine, la giovane schiava della megera delle erbe passeggiava per lo spiazzo. Badò bene a fermarsi a ogni porta, a sbirciare dalla finestra e a distribuire con delizia e felicità tutto ciò che aveva guadagnato per sé e papà.
«Buonasera, signora Barnett: ecco a lei, per Natale!»
La signora bofonchiò qualcosa e prese il mazzetto di basilico.
Alla prossima porta, Liquorice bussò e attese. «Buonasera, Mariette, papà e mamma sono in casa? Puoi dar loro questo? Buon Natale!»
La minuscola creatura annuì e prese il sacchetto di maggiorana.
La porta dopo la storia si ripeté. Nelle case a più piani, o dove più famiglie vivevano assieme, Liquorice offriva sacchetti più grandi. Nelle vie buie che si diramavano dalla piazza non si azzardava spesso a entrare, perché non le andava giù che i cani le strappassero sempre la gonna. Quella sera volle rischiare e, in punta di piedi, seguì le orme delle bestiacce, le macchie di fango sulla neve e il ghiaccio, e bussò alla porticina.
Aprì un uomo tanto alto che Liquorice dovette urlare per farsi sentire: «Per lei, signore! Timo e menta!»
«E che vuoi?»
«Sono un regalo per Natale.»
Quello grugnì, schifato da quella parola così stramba e sconosciuta. «Se vuoi qualche spicciolo va’ nel retro della chiesa, dove le tue amiche più scaltre sanno come guadagnarsi da vivere.» Si afferrò la cinta e sistemò il pantalone mentre si preparava a sputare. Rise a mezza bocca e il proiettile di saliva e muco si conficcò nel bel mezzo delle scarpette di Liquorice.
«Una buona serata a lei, signore.» Sorrise lei, e si mise a correre, sollecitata dal ringhio dei cani che presto sarebbero saltati fuori da ogni anfratto pur di obbligarla a metter mani ad ago e filo e cucirsi un’altra gonna o peggio.

Arrivò a casa col fiatone e suo padre, Nolan, non le disse una parola. La osservò, però, e la seguì aggrottando le sopracciglia folte e ignorando il fastidio dell’alcol. Liquorice guardò la vasca di ferraccio e giudicò, dai grumi e dai peli a galla nella brodaglia, che papà avesse già fatto il bagno: era arrivata tardi.
«Che c’hai in quella saccoccia?»
Lei si girò. «La Nonnina mi ha pagata.»
«Quel misero sacchetto? E il resto?» batté la mano aperta sul tavolo e si avvicinò alla figlia. La prese per i capelli scuri e annodati, la obbligò in punta di piedi e poi a salire sullo sgabello affinché potesse guardarla negli occhi senza dover chinare il capo. «Vuoi mangiare? Allora porta i guadagni a casa, senza distribuirli al primo maledetto che capita! E non t’azzardare a dar nulla a giovinastri e quant’altro, che poi mi devo pure preoccupare di rincorrerli per evitare che ti mettano incinta. La roba che guadagni la porti a casa, che è roba che guadagni per noi e noi soltanto.»
«Ma ci sono tante persone che soffrono, papà.»
«Soffriresti anche tu, se il tuo vecchio non fosse fabbro. Ma lo sono, perché mio padre lo era e perché lo era anche suo padre prima. Se fai la carità, quei bastardi pretenderanno che la faccia anche io! Lo capisci? Lavora, e poi torna dritta a casa.»
«Non mi sembra giusto,» decise di obiettare, sfidando apertamente la barba densa e brizzolata del padre.
La peluria si mosse ancora e lui aprì la bocca per esalare un lungo e profondo sospiro. «Questo è quello che succede quando un diavolo sposa un angelo!» Nolan si abbassò in ginocchio e baciò la fronte della figlia. «La mamma ha lasciato un infame come me a prendersi cura di una creatura come te, e allora io ti crescerò a modo mio, coi modi d’un diavolo.»
«Ma io voglio essere un angelo, gentile e buono con tutti.»
«Sì? E io ti strapperò le ali e ti farò a mia immagine e somiglianza: così, almeno tu, resterai qui anziché volare in cielo abbandonandomi in questo schifo di mondo fatto di merda e marciume.»

Nolan aveva già lasciato casa per andare a lavoro, permettendo così alla figlia di dedicarsi appieno alle proprie attività: quando non lavorava per la Nonnina, Liquorice spendeva l’intera giornata a pulire la stanza in cui lei e suo padre vivevano, a lucidare e spolverare tutti gli ammennicoli assurdi che lui riusciva a trafugare dal lavoro. Accatastate in giro per la stanza figuravano strambe creature di ferro o rame, di ghisa, di ottone e stagno. Se non fossero state orripilanti e degne dei peggiori incubi dei più piccini, Liquorice li avrebbe pure potuti apprezzare e curare con più delizia, e invece doveva sfiorarli tremante, con la propria pezzuola umida, insicura di voler disturbare il sonno di quei grotteschi gargoyle di metallo, o peggio ancora di quelli che, diceva suo padre, erano una coppia di topolini di ottone ma che sembravano invece due mostriciattoli dai denti affilati.
Nolan aveva anche portato con sé qualcosa di apprezzabile, più di pentole e stoviglie: una stufa grossa e robusta e, proprio di fronte a essa, una portentosa vasca di ferraccio lucido smerigliato da tantissime manine obbligate al lavoro.
Liquorice andò nel vialetto sul retro della baracca a controllare che la lunga notte avesse riempito la cisterna d’acqua piovana. Spaccò col secchio il ghiaccio e poi, di buona lena, riempì la vasca premurandosi di lasciare l’ultimo secchio a scaldare proprio sulla stufa. Aprì di poco il portello frontale e lanciò dentro la gola metallica due tocchi di legno, mentre con un ferro lungo e uncinato ravvivò il carbone sonnecchiante.
Quando concluse le pulizie, vuotò il secchio d’acqua bollente nella vasca e poi, consapevole della temperatura ancor prima di toccarla, si spogliò e si immerse. Respirò a pieni polmoni, mentre lacrime di gioia le rigavano il viso. Stirò il braccio e raggiunse il sacchetto di spezie della Nonnina: rovistò guidata dal naso più che dalle mani e tirò fuori due foglie secche ma lisce.
Quasi si addormentò, a mollo tra l’aroma di limone e le carezze del bagno caldo. Si forzò a emergere e si asciugò di fretta con la pezza più pulita che trovò nel cassettone.
Rinata e limpida, si affacciò alla porta e spostò gli occhi curiosi verso la piazza col pozzo. Tra il grigiore di sguardi morti e il vociare di bimbetti che inseguivano i carretti e le bestie da soma, Liquorice colse quello che, giudicò, fosse un fiocco di neve fattosi persona. Osservò sbalordita l’abito merlettato, il candore splendente sorretto da due inguantate manine leggiadre, scarpette che non volevano saperne di sporcarsi di fanghiglia e, a passetti piccoli, camminavano solo su pietre e assi di legno abbandonate per terra. Alla sommità di quel vestito pregiato germogliava il viso malinconico di una creatura divina.
Liquorice non si accorse d’essersi messa in marcia, di aver lasciato tra sé e la porta di casa un considerevole numero di passi. Quasi arrivò al cospetto dell’entità, e quando lei si voltò per ripararsi dal sospiro del vento, Liquorice fu irradiata dalla luce del paradiso. Era una dama, che irruppe nei pensieri di ogni singolo abitante della piazza con la propria bellezza, una frastornante proiezione concessa dal paradiso a loro poveri mortali.
Accanto all’angelo si ergeva una torreggiante cascata di passamaneria e stoffa bluastra, una mantella e un minaccioso bastone da passeggio. Gli stivali di questo individuo erano sporchi di fango, ma lui li scrollava spesso e spruzzava la terra umida in faccia a quei tanti che, al suo passaggio, dovevano chinarsi tra la melma per riverenza.
«Perché piangi?» chiese Liquorice, che non aveva più cognizione dello spazio e del tempo. Era finita, sospinta dal cuore palpitante, di fianco alla bellissima chioma d’oro della sconosciuta.
Lei, che non aveva parole, aprì di poco la bocca e dalle labbra di crema emerse un bocciolo, un fiore bellissimo che odorava di primavera. Ma poi, in un solo attimo, si adombrò e appassì.
«Perché sei tanto triste?» chiese di nuovo, trafitta al cuore dall’espressione addolorata dell’altra. «Tieni, è per Natale.»
La fanciulla, col palmo aperto e rivolto all’ignoto, aspettò che le fosse donato uno strano affare di rame, simile a un fiore ma più vicino a un ramo rinsecchito. «Grazie.»
D’un tratto il cielo tuonò. Liquorice si coprì la testa, poiché mai aveva assistito a un lampo tanto forte e un’esplosione così fragorosa. Ruzzolò a terra in una pozzanghera, esterrefatta e terrorizzata dai lampi micidiali che non smettevano di esploderle attorno.
«Padre! Basta!»
Era la voce dell’angelo. Liquorice sbirciò e picchiò la fronte contro il duro e lucidissimo bastone dell’arcigno uomo.
«Sudicia bestiaccia!»
Liquorice si riparò: altri tuoni sarebbero esplosi in cielo.
«La mia bambina! Oh, signore! Mio signore, pietà!»
Si sentì abbracciata, stretta e confortata. «Papà?»
«Mio signore, eccellenza, perdonate la mia bambina e la sua stupidità. Pietà.» Nolan, che sua figlia conosceva per essere enorme e temerario, si rimpicciolì sino a incastrarsi sotto lo stivale del nobile. «Pietà, eccellenza.»
«Sparite, tu e la tua insulsa progenie. È increscioso pure che stia sprecando il mio tempo ad ascoltarti. Sciò!» Agitò il bastone da passeggio, e Nolan raccolse da terra la propria figlioletta e corse verso casa.


Ai colpi di legno del nobile seguirono le manate di Nolan. Liquorice passò le giornate successive a quell’avvenimento a piagnucolare, a zoppicare e a lavorare per la Nonnina che, tutt’altro che intenerita, pensò bene di darle le mansioni più faticose possibili.
Nonostante tutto, lei aveva continuato a studiare la piazza del pozzo, a ispezionare coi propri occhi gonfi e ammaccati la luminosa creatura a cui aveva avuto il piacere di donare un minuscolo sorriso. Ma sapeva che quell’attimo di gioia era già stato dimenticato: nessun atto di carità e amore poteva resistere se si era costretti a vivere assieme a un padre tanto crudele. Liquorice pensò al proprio, di padre, e si domandò perché non l’avesse difesa nel modo che si sarebbe aspettata. La risposta la sapeva. E proprio come la sapeva lei, la sapevano tutti e non ebbe il coraggio di ponderare oltre: i nobili vivevano dall’altro lato della piazza, e coi poveracci non volevano mai avere a che fare. Nolan e tutti gli altri erano contenti che quegli schifosi dai capelli pettinati e la faccia impomatata vivessero dall’altro lato, perché neppure loro volevano averci nulla a che a fare.
La sera rientrò a casa e poggiò sul tavolo la scarsella di erbe della Nonnina, piena sino all’orlo.
«Pensi che non ti veda?»
Liquorice drizzò la testa ed ebbe paura. «Non ho regalato nulla a nessuno, papà, tutto ciò che mi è stato dato l’ho portato a casa per noi.»
«Sì, certo. Però devi sbrigare le tue faccende, giusto? È questo che vorresti farmi credere. La mattina ti svegli presto e la sera torni tardi. Le tue faccende! La cerchi ancora?»
«Papà, non capisco. Io ho solo—»
«Rispondi, figlia ingrata!» levò la mano. Non proseguì: colpirla non le avrebbe insegnato le buone maniere. «Da stasera ti è proibito fare il bagno nella vasca.»
«Non sto facendo niente di male, papà!»
«Quella nobile non è affare nostro, mi hai capito!? Non cercarla e non ti immischiare nei loro fattacci!»
«Ma lei piangeva, papà. Piangeva come non ho mai visto piangere nessuno! Chi può dare le spalle a una poverina che soffre a quel modo? Era come se le avessero strappato qualcosa dal petto, papà, sembrava che ogni ragione di vivere fosse perduta e che stesse aspettando la morte. Il mio regalo le ha dato un sorriso, piccolo e breve, ma un sorriso! Non vuoi che le persone siano felici?»
«Io voglio essere felice, Liquorice. Io!» l’afferrò per il collo e la tirò a sé, «quei bastardi possono pure crepare, vecchi o infanti che siano! Se quella bimbetta profumata è arrivata alle lacrime sarà perché dovrà sposare questo principe piuttosto che quell’altro! Tutto qua! E tu, che ti interroghi e ti danni per lei, non puoi neppure comprendere i loro drammi. Pensa ai nostri, di drammi, e pensa a cosa sarebbe accaduto se quel signore al quale hai molestato la figlia si fosse infuriato con noi! Senza lavoro non si mangia, sciocca bambina e degna figlia di tua madre! Ora va’, e lavati fuori come tutti quelli che non sono così fortunati da avere un padre fabbro. Lavati fuori, al gelo.»

In tutta la sua vita, Liquorice non aveva mai provato un imbarazzo tale. La vergogna l’attaccava da ogni lato, la punzecchiava e la disturbava con la ragguardevole tenacia del peggiore dei diavoli. Si doveva lavare sotto il cielo nero, lontana dalla sua amata vasca e dalla stufa. Rannicchiata in un angolo, seduta in una bacinella, si versava addosso acqua e pezzi di ghiaccio, lacrime e schegge di neve cristallizzata. Dalle finestre e dalle porticine tanti occhi la fissavano, famelici e pericolosi, e gioivano delle sue gambe così in bella mostra, del suo fremere alla luna.
Natale, il giorno che lei tanto aspettava, era terribilmente vicino. Col naso a colarle e gli occhi a lacrimare e bruciare, Liquorice girava la zuppa con un grosso mestolo in attesa che papà rientrasse dal lavoro e potessero sedere a tavola come le altre famiglie: ci sarebbe stato un pasto caldo, il vino, poi le botte e un sonno tormentato, ma non prima di un bel bagno gelido sotto gli occhi di infidi guardoni senza dignità.
Liquorice abbandonò la zuppa per qualche secondo, disturbata in modo profondo dall’odore insalubre del vaso da notte che suo padre si rifiutava sempre di vuotare in strada. Si affacciò alla porta e lei era lì, proprio a due braccia di distanza: la bella nobile senza nome e dai capelli di seta vagava per la piazza.
Dimenticò tutto, di star cuocendo la zuppa e di doversi disfare dei rifiuti della notte. Dimenticò tutto, tranne il ricordo di una madre affettuosa che non c’era più e che aveva lasciato, assieme all’amarezza della solitudine, una regola ben precisa. Seguendo quella semplice regola, Liquorice corse in mezzo alla strada e cercò di raggiungere la nobile dall’espressione addolorata e affranta. Doveva raggiungerla e scoprire come renderla felice una volta per tutte.
La continuò a seguire, ma le sembrò che ogni passo la allontanasse dalla meta. La piazza era ormai distante alle sue spalle, il pozzo familiare e il gracchiare delle vecchiette che riempivano i secchi altrettanto distorto ed echeggiante.
Ancora una volta, focalizzata sui propri obiettivi, aveva perso ogni cognizione del tempo, e fu un sole rosso e grumoso a suggerirle che ora si fosse fatta. Il cuore le accelerò e il naso piccolo e infreddolito faticò a fornire ai polmoni abbastanza aria per tenerla attenta. Temette il peggio, e provò a tornare sulla propria strada.
«Ehi, eccoti qui!»
Non riconobbe quelle voci. Peggio ancora: non riconobbe quelle facce. Si atterrì quando, invece, riconobbe quegli occhi. «Siete quelli che mi guardano...»
«E tu sei quella che tanto gentilmente si mostra!»
Nonostante il baccano che facevano i tre uomini, nessuna finestra si aprì e nessuna porta cigolò. Le brutte case e le baracche che si affacciavano sulla misera stradina sembravano disabitate o, peggio ancora, abitate da anime così torbide da non contare tra i vivi.
Liquorice non aveva idea di dove fosse finita, ma aveva sentito spesso suo padre parlare delle zone circondanti la piazza del pozzo.
«Devo tornare a casa,» farfugliò, tenendo le mani fitte al petto.
Uno di loro zompò in avanti e l’afferrò per i capelli. «A casa! Certo, ti ci portiamo noi!»
«Per favore, non ho fatto niente di male.»
Chiuse gli occhi, ma non bastò, perché la pelle della sua coscia, sfiorata da mani ruvide e dita rugose, le trasmise la perfetta immagine di ciò che stava accadendo sotto la gonna. Le respirarono sul collo, le annusarono i capelli, le soffiarono sulle orecchie, e fu in quel momento che capì che non tutti gli uomini avrebbero accettato un sorriso e un sacchetto di spezie come regalo. Alcuni, anzi molti, da ragazzine come lei pretendevano qualcosa a cui lei non sapeva neppure dare un nome.
«Toglietele le mani di dosso, o chiamo le guardie!»
I tre scattarono e cercarono l’origine della voce. In fondo alla lingua di fango, mimetizzato tra la nebbia e i fiocchi di neve, scorsero un fantasma in un abito d’argento. Lo spettro avanzò, e loro indietreggiarono. Quando si presentò, armata di lacrime e mani tremanti, i tre furfanti la riconobbero per essere la figlia del conte.
«Oggi deve essere la nostra serata fortunata!»
«No, ehi, quella no. Lei è intoccabile.»
L’amico sputò. «Niente è intoccabile una volta tramontato il sole.»
Liquorice non poté resistere. Si lanciò alla carica e morse la mano sudicia dell’uomo che, per nulla intimorito, minacciava di acciuffare l’angelica creatura per il collo. Nel giro di pochi istanti si scatenò una vera e propria zuffa, una guerra di grida e strattoni, di morsi e sputi.
Le finestre, che non ne poterono più, si spalancarono. La luce dei lumi e il mormorare di sonni disturbati suggerì ai tre di riconsiderare le proprie scelte: decisero di darsela a gambe.
«Stai bene?» domandò la figlia del conte.
Liquorice la osservò. Le due, così sporche e mal ridotte, sembravano identiche: due sorelle separate alla nascita che avevano ritrovato nell’abbraccio della poltiglia di terra e neve la loro perduta somiglianza.
«Come ti chiami?»
«Rosemarie.»
«Rosemarie, vuoi venire a casa a farti un bagno caldo?»
La dolcezza della ragazzina le sciolse il cuore. Qualcosa, nella cocciutaggine con la quale insisteva nel donare serenità, la rese sia triste che gioiosa. «Non vorrei essere di disturbo.»
«Non lo sarai. Voglio farti felice, Rosemarie. Mio padre capirà, perché è molto buono, anche se deve ancora scoprirlo.»
E fu così, mentre si sostenevano a vicenda, che tornarono a casa. Le aspettava un bagno già caldo, una vasca piena d’acqua e sali profumati, una stufa accesa e ben vogliosa di confortare animi infreddoliti. Ma più di tutto, le aspettava un uomo che aveva finalmente capito quanto la propria figliola avesse preso da lui, anziché dalla perduta moglie: tutti e due, infatti, testardi e irremovibili nelle loro opinioni, volevano solo essere, ognuno a modo suo, felici.