Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

La trecciolina viola

Attenzione: Il testo contiene scene di sesso esplicito e violenza. Sono coinvolti personaggi minorenni.

Situazione drammatica: Crimini passionali.

Perché sono diventato così? Quando, o da quando, al volto di mia moglie si sostituisce quello di lui? Di lui, sì, così più giovane e così più femminile di quanto lei sarà mai.
Sto sbagliando. No, non sto sbagliando ad amarlo, sto sbagliando ad arrovellarmi su dettagli inutili: se io stesso non so cosa sono e cosa voglio, come posso permettermi di parlare per loro? Mia moglie è solo mia moglie, è libera di essere ciò che vuole.
E lui? Troppo vivo e libero, sarebbe un crimine categorizzarlo. Lui è come una macchia di caffè sulla camicia. La lavo e la rilavo, ma non passa. Mia moglie sa che io il caffè non lo bevo; quello che non sa è che di nascosto lo faccio. Prima o poi farà la domanda giusta e io darò la risposta sbagliata.
Non capisco neppure perché mia moglie è qui, inginocchiata davanti a me. Perché insiste? Lei, che è sempre stata inflessibile e pudica e cattolica e che invece adesso è così.
Mi sbircia. «Tesoro?»
«Dimmi.»
Ha il seno di fuori. A che pro? Non posso guardarla. Non come guardo lui. C’è qualcosa di viscido e osceno in quelle tette cadenti, nei capelli biondi che sono lunghi, ma non abbastanza da nascondere quei capezzoli secchi.
Mi sfiora l’elastico del pigiama e io scatto dalla poltrona. «Ferma. Ferma, per favore.»
Il suo tocco è un’alga marcia che ti sfiora il piede mentre fai il bagno al lago. Non ce la faccio.
«Tesoro, torna seduto.» Mi afferra per il polso e mi incastra nella poltrona.
È una prigione. Una sedia elettrica. Ma non c’è nessuna scarica.
Non c’è nessuno che mi sussurra mi piace la tua barba o perché hai gli occhiali così spessi o nessuno che mi tocca con la curiosità indecisa di un bimbo che vede un corpo nudo per la prima volta. Non c’è niente.
La scarica elettrica arriverà. Verrò giustiziato da mia moglie. Costretto a un’erezione che non mi appartiene.
Chiudo gli occhi. Le sue unghie mi graffiano mentre mi sfila il pigiama. Dovrò subire la sua rabbia anche stasera. Ma non è una rabbia fisica, crudele, è una rabbia che quasi posso capire. Disperazione.
«Toccami.» Mi guida la mano sul suo petto, ma ciò che vuole che cambi non cambierà. «Cristo santo, ma perché?» Lo prende tra le mani, il cadavere di chi incorporava la mia bramosia giovanile per le donne, per mia moglie.
Era perfetta, lo giuro. La materia di cui mi nutrivo. Quel suo corpo robusto, la potenza dei suoi gesti e la sicurezza con cui si è imposta come unica mia donna.
«Stasera non riesco, lasciamo perdere.» Rimastico le parole.
Lei mi afferra, lo afferra. Lo lecca. È pietoso. Se lui fosse qui, cosa penserebbe di me? Perché io posso toccarti e lei no, chiederebbe. Perché hai la faccia tutta storta, e poi riderebbe. Le sue risate sono tutto. Ogni nota esistente è un’oscillazione di frequenze che mira ad essere perfetta quanto lui.
«Lasciami.»
«Sta’ zitto!» Mi dà un pugno sulla coscia e continua.
Dev’essere frustrante per lei. Magari pensa che sia colpa sua. Lo è, ma non nel senso che crede lei. Alla fine credo sia colpa di tutti, ognuno di noi tre. Però lei non può saperlo, ovviamente, visto che non sospetta affatto della presenza che dolcemente infesta il mio sonno e la mia veglia.
Mi schiaffeggia. «Vaffanculo. Me ne vado a letto. Resta sul divano, non ti voglio accanto.»
Presto le vacanze finiranno e dovrò tornare a scuola. Lui sarà lì. Ancora per un paio di giornate dovrò sorbirmi mia moglie e i suoi tentativi di avermi. Non può avermi, perché in questa stanza e in questo suo universo non esisto più: non c’è nulla da avere.
Magari dovrei darle qualche soddisfazione. Tenerla a bada. O no? Potrei pure prendere qualche pillola per dimostrarle che il suo corpo di donna ancora mi eccita. Mentire. Affidarmi a un farmaco per darle almeno un sorriso.
«Hai un’altra, vero?»
«No.»
«E allora perché non vuoi scoparmi?»
«È un brutto periodo.»
«Stai aspettando che entri in menopausa, vero?»
«No, cosa c’entra?»
«Testa di cazzo.»
Mi lancia qualcosa. Era un piatto. «Dai, smettila, mi—»
«Ma stai zitto. Abbi la decenza di stare muto.» Si svuota il bicchiere di vino in gola. «Non mi dovrei sorprendere. Un senzapalle è meglio che figli non ne faccia. Avrei dovuto bucarti tutti i preservativi, stronzo infame, almeno in quel modo mi avresti—»
«Non dire cose del genere.»
«Taci. Taci!» Un coltello mi sfiora l’orecchio. È fuori di testa. «Io volevo una cazzo di famiglia normale e tu sei una specie di ameba senza volontà!» Piatto. Forchetta. Tovagliolo. Ha finito le munizioni. Si lancia lei stessa. «Hai un’altra, pezzo di merda. Quanti figli avete, eh?! Dov’è, in Olanda? In Russia? Da dove viene questa puttana?»
La puttana è seduta nel banco in prima fila. La puttana ha gli occhi di un gatto e una treccina viola tra capelli bruni come castagne selvatiche. Si chiama Julian ed è lo studente più bravo della mia classe.
Julian ha la pelle così soffice che anche solo pensare a quanto sia meravigliosa mi fa dimenticare cosa dire.
«Professore, sveglia! Hallo
La classe mi richiama. Ho il gesso tra le mani. Tutti ridono, incluso Julian. Ma lui non ride per la stessa ragione. Lui ride perché sa che in questo momento vorrei che fosse del tutto nudo tranne per quei collant bianchi che tanto amo vedergli addosso.
«Ragazzi, chiudiamo qui la lezione. Fate dieci minuti di ripasso.»
Esco. Devo andare al bagno.
«Ehi, ehi, prof.» Mi ha trovato. Mi trova sempre. «Sembri nervoso. Ti aiuto a sfogarti un po’? Parliamo?» Mi sbircia il pacco e arrossisce.
Parliamo, dice. Non può parlare con la bocca piena, e lo sa. Dopotutto è un ragazzo educato.
La mia vita è ridotta a dei flash, diapositive scolorite, attimi e ricordi appesi a una lavagnetta e collegati tra loro da fili colorati. Non sono io, però. Vivo nel mio corpo, ma non sono io a starci davvero dentro.
Julian lo sa. Lui sa che oltre il mio corpo c’è il me stesso pubblico, ma lui sa scavare oltre, e ha scovato il me stesso privato. No, non è manco un me stesso, ha il mio stesso nome e la mia faccia, ma vuole altro. Lui è quello vero e indossa me come maschera per passarla liscia. È lui quello che riesce ad agguantare Julian per il collo e sbatterlo al muro e a prenderlo da dietro con una foga così bestiale che potrebbe spezzargli la schiena. Ma niente si spezza. O se si spezza, ritorna integro. Julian è di gomma, di plastica, di silicone.
«Ehi, ehi, prof, che fai? Pensi?»
L’hotel. Il nostro. Ho guidato io sino a qui?
«Dai, resta a letto, che io mi preparo.»
Ha una borsa in mano, una trousse abbastanza grande.
«Oppure vuoi aiutarmi? Ci prepariamo assieme?» Si sfila i pantaloni. Non ha le mutande sotto. È venuto a scuola così? Senza mutande? Le ha tolte in macchina e io non me ne sono accorto. Sarebbe plausibile. Mi sfugge tutto.
«Vai, io ti aspetto qui.»
Non voglio sbirciare oltre quella porta. Ciò che fa nel bagno per rendersi perfetto non mi interessa.
Il suono dello sciacquone. Il rubinetto della doccia. Qualcosa gli è caduto a terra, tipo lo shampoo o il bagnoschiuma. Andiamo in questo hotel perché c’è il bidet. Un altro sciacquone. Un altro. Il rubinetto della doccia. Il silenzio.
«Prof?» Chiama da dentro. «Potrebbe volerci un po’, ti dispiace? Non mi lasciare qui, non andare a casa. Resta.»
«Non vado via, ti aspetto.»
«Grazie. Scusami, eh. Mi farò perdonare.»
Come glielo dico che un paio di minuti di attesa non sono niente? Ho aspettato tutta la vita.
Calze bianche poco sotto il ginocchio, orecchie da gatto, un collare con campanellino. Un suo grande classico, sa che mi piace. Ha delle mutandine che non dovrebbe indossare, ma lo fa stesso, e io vorrei svegliarmi con quest’immagine fotografata in testa per tutta la vita. Lo voglio.
Facciamo l’amore. È strano fare l’amore con lui. A volte mi domando se dovrei chiamarlo lei. Non lo so. Preferisce essere chiamato lui, ma come può un lui essere così lei e farmi girare la testa e pensare che se torno a casa c’è quella specie di donna che non è nemmeno donna ma solo mostro?
«Piano, prof.»
Piano. Siamo sotto le coperte. Piano. Gli stringo il collo e lo incastro tra i cuscini. Gli mordo le labbra e tutto cessa. Esplodo dentro di lui e se morire fosse così, vorrei morire ogni minuto.
«Resta così. Resta.» E mi tiene a sé. Congiunti. «Sei stanco?»
«Sì.»
«Anche io.» La treccina viola è slacciata, in questo momento. «Forse sarebbe il caso di dirlo a tutti così possiamo vederci più spesso. Eh, prof? Sennò siamo sempre pieni di rabbia e voglia e finisce che veniamo scoperti e qualcuno si fa male.»
«Chi si fa male? Ti ho fatto male?» Provo a sfilarmi.
Mi trattiene. «No, no, tu sei stato dolcissimo.»
«Non dobbiamo dirlo a nessuno. È meglio.»
Sbuffa. «Tanto la gente mica è scema.» Mi bacia. «Non mi piace nascondere le cose. Che ragione c’è? È per tua moglie?»
«No.»
«E allora? Tanto tra qualche settimana sono maggiorenne, chissene di quello che pensano gli altri.»
«Il mondo è fatto di tante persone, non solo me e te.»
«Oh, oh. Prof, no. Il mondo è tutto qui e il resto può pure sparire.» Mi bacia. Mi stringe. «Hai ancora voglia, vero?» Ammicca verso le mie gambe. «Restiamo fino a domattina.»
«Devo andare a casa.»
Mi alzo dal letto. Julian mi studia. È morto tra lenzuola, ucciso da un’overdose di amore.
Mia moglie ha fatto lasagne. In queste ultime settimane, dal nostro ultimo discorso sui figli, è cambiata. Mi fa delle domande e aspetta che io risponda. È tutto molto ambiguo.
Ho il sospetto che prima o poi farà quella domanda, la domanda che mi costringerà a decidere quale tra gli organismi che vivono in questo mio corpo è quello che comanda.
«Piaciute le lasagne, tesoro?»
«Sì, ottime. Dove hai preso la carne?»
«Il tritato?»
«Hm.»
«La macelleria di fronte alla stazione.»
«È buona?»
«Eh, sì, sono turchi. Hanno cose ottime.»
«Ah.»
«Sono stata alla tua scuola, sai?»
Poggio la forchetta sul piatto. «Mi cercavi?»
«Volevo vedere com’è.»
«È solo una scuola. Volevi dirmi qualcosa?»
«Niente. In realtà ho parlato coi tuoi colleghi.»
Bevo vino. Riempio il bicchiere e bevo di nuovo.
«Alcuni non sapevano chi io fossi, mi sono dovuta presentare. Parli poco di me?»
«Sono riservato, lo sai.»
«Così riservato da togliere la fede a lezione?»
«Non è vero.»
I nostri occhi si incrociano. Lei sogghigna. Non va bene. «C’era questo ragazzo strano che invece sembrava conoscermi bene.»
«Sì? Davvero?»
«Sì.»
«Avete parlato?»
«Poco.»
Non le ho potuto chiedere altro. Forse nemmeno volevo. Sta di fatto che mia moglie, senza dire niente, si è alzata ed è andata via. Quel ragazzo strano era Julian? No, non ha senso che fosse lui.
Il campanello. È già tornata?
Apro e una treccina viola mi salta in braccio.
«Che fai qui?» Sigillo la porta.
«Ieri ho fatto diciotto anni.»
«Lo so, ma che fai qui? È peri—»
«Festeggiamo!»
Ha la sua trousse al fianco. Quella trousse. «No, senti, Julian, no. Mia moglie è uscita due secondi e se—»
«Allora una cosa breve. Dai, prof, ti prego.»
Mi spinge e mi spinge ancora e sono bloccato in cucina, tra il piano cottura e il tavolo. Julian si china di fronte a me.
«No, potrebbe tornare e—»
«Ti farò venire subito, giuro.»
La porta di casa scatta. Io e Julian siamo entrambi in piedi. E mia moglie ci fissa.
«Tesoro? Che succede?»
«Buonasera, signora.» Julian fa un balzo verso di lei. «Sono il fidanzato di suo marito. O ex-marito, dipende da come lei vuole affrontare la cosa.»
Lei è più viola della trecciolina di Julian. Piange, ma so che non è di dolore. Lo uccide. Se non faccio qualcosa, lo uccide.
«Sei tu la causa di tutto!»
Lo afferra per i capelli e lo lancia contro il tavolo. Lo calcia senza pietà.
«Ferma, santo Dio!» La stringo alla vita e la trascino via.
Mi becco una gomitata in faccia. Lottano. Lo sento lottare. Julian grida e striscia e appare all’angolo del mio campo visivo.
«Che hai fatto a mio marito!?»
Gli prende la testa con entrambe le mani e la batte a terra. Lo ammazzerà.
La afferro da dietro e lei scalcia, le scarpe le volano dai piedi.
«Lasciami!»
Julian tossisce. Ha la fronte rossa.
«Tienila ferma, prof.» Biascica, mentre apre vari cassetti. Trova un coltello.
Devo scegliere. Scegli. Scegli qualcosa. Sbrigati.
«Prof, adesso ci liberiamo di lei una volta per tutte.»
Mia moglie si dimena tra le mie braccia, riesce a girarsi verso di me. I suoi occhi sono enormi. La tengo stretta. Le mie braccia non sono le mie. È un altro con la mia faccia a tenerla.
Julian sorride e la accoltella. A ogni pugnalata la mia presa si stringe e quella di mia moglie si allenta.
«Ecco fatto.» Lui mi guarda e sospira. «Visto che non volevi deciderti, prof, ci ho pensato io per te.»

Grazie per aver letto questo racconto!
La storia è frutto di un gioco che si svolge mensilmente, basato sul testo "Le Trentasei Situazioni Drammatiche" di Mike Figgis. Estraggo una delle situazioni drammatiche e la utilizzo come ispirazione per la mia storia.
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