Giovanni Attanasio Scrive

Non raccogliamo nessun dato personale senza il tuo consenso, ma utilizziamo i cookie per assicurare il corretto funzionamento del sito.
Dai il tuo consenso continuando a navigare o premendo il pulsante "Acconsento".
Privacy Policy

Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

La figlia del Re

Questa storia è stata scritta in occasione della Festa delle Donne 2021.

La principessa Magde non aveva paura della notte. Non poteva averne, perché la tiara d’argento e zaffiri, che neppure per dormire si sfilava dal capo, la proteggeva da tutti quei pericoli che dal buio la minacciavano.
Era stato suo padre, il Re, a dirle di non sfilarsi mai la coroncina, «mai, mia amata bambina,» commosso in ginocchio davanti a lei, «non puoi sfilarla perché sei mia figlia e tutti devono sapere che sarai la loro regina. Tu, e solo tu, che sei la donna più speciale.»
Col cuore più morbido di una torta di mele, Magde aveva chiuso gli occhi pure quella notte: lei era speciale, la figlia del Re, la più bella e la più importante tra tutte le donne.
Ma cosa significava essere una donna? Doveva significare essere come la mamma, la cui pelle diafana aveva dimenticato le carezze del sole e i cui capelli di cenere temevano gli spifferi e il soffio dell’autunno.
E allora dovette riaprire gli occhi, smettere di contare i fiori da campo nella propria mente e restare sveglia. «Forse essere una donna significa solo essere una regina.» Tirò le lenzuola e odorò forte, inspirò sino a riempirsi l'anima di rose e gardenie. «Se solo la regina è una vera donna, allora le donne del villaggio cosa sono? E perché, padre mio, sembrano più gioiose della mamma?»
Quella notte, Magde capì che per prendere sonno c’era una sola cosa da fare: la tiara d’argento la mise da parte sul cuscino, e dormì sogni sereni abbracciando la propria bambola di pezza.
Tante notti erano passate e tante ne sarebbero passate, Magde lo sapeva, prima che quel dolore al petto sarebbe svanito.
Un pomeriggio freddo fu chiamata nella sala del trono dove suo padre e sua madre l’aspettavano.
«Figlia mia, eccoti.» Il Re allargò le braccia affettuoso e strinse a sé colei che non sembrava più una bambina. «Dove sei stata?» le aggiustò la tiara tra i boccoli radiosi e vivi, unico raggio di luce in una sala altrimenti all’ombra dell’inverno.
«Di cosa volete parlarmi, padre mio?»
Il Re allora la guardò, con gli stessi occhi con cui di tanto in tanto graziava la regina.
Magde incolpò il corpetto per la mancanza di fiato, per la necessità di sospirare e togliersi dall’anima quei batuffoli aggrovigliati e quel brutto male.
«Sei la mia principessa, Magde. Anzi, sei la principessa. Proprio per questo, figlia mia, devo avvertirti che sono arrivate delle missive dai regni vicini.»
L’odore della cenere le arricciò il naso: i capelli della regina fluttuavano scossi dal venticello. I suoi occhi, quelli di una madre di cui conosceva la voce solo perché la sentiva lamentarsi la notte, le sembrarono belli come le gemme della tiara. Ma Magde la tiara la detestava.
«Dovrai sposare un principe, figlia mia. Tua madre non mi ha dato un erede maschio, pertanto dovrò offrirti in sposa a chi è disposto a prendersi cura di te.»
«Prendersi cura?» ripeté Magde, senza il coraggio di accusare di nuovo il corpetto di starla stritolando. Anzi, voleva che stringesse più forte. «Non sono destinata a essere la donna più speciale, come mi dicevi da bambina? Una donna tanto speciale non ha bisogno di sposarsi, posso regnare da sola.»
«Una donna, se non per dare figli a un re, non ha alcuna utilità.»
Era ciò che aveva detto il Re, suo padre. Magde si aspettava che si mettesse a ridere e ammettesse di star scherzando. Così facendo, avrebbe fatto ridere anche la regina, almeno una volta in vita sua. Doveva proprio chiamarla regina, quella statua di cera su un trono piccolo e rosicchiato dalle tarme? Come chiamarla, una donna che aveva smesso d’essere donna nell’attimo in cui si era dimostrata inadatta al ruolo impostole dal Re?
«Dunque, Magde, mia adorata figlia. Cosa dici?»
Lei lo fissò, ma non negli occhi: le sopracciglia aggrottate assomigliavano tanto a quelle di un cane da caccia ansioso di correre a mordere un uccello già ferito da una freccia.
Magde portò una mano al torace in cerca di una freccia da estrarre, ma non trovò nulla. Allora guidò la mano al capo, lambì l’argento gelido della tiara e la sfilò dai capelli. La regina piangeva.
«Non sposerò nessuno. Non darò eredi a nessuno. Sono una donna speciale, perché il padre che amavo mi ha detto così. Tu non sei più quel padre, mio Re.» La tiara, con le sue gemme e le sue decorazioni, finì ai piedi del trono. «Non ho bisogno di essere speciale, mi basta essere donna, e alle mie condizioni.»