Facebook Pixel

Non raccogliamo nessun dato personale senza il tuo consenso, ma utilizziamo i cookie per assicurare il corretto funzionamento del sito.
Dai il tuo consenso continuando a navigare o premendo il pulsante "Acconsento".

Bloccare JavaScript potrebbe impedirti di chiudere questo avviso.

Giovanni Attanasio

Scrittore

Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

La Boss

Un uomo non si piega davanti a niente. Un uomo non può permettere che ci si prenda gioco di lui o della sua posizione. E proprio perché un uomo deve essere forte e invincibile, finisce per lavorare presso la “Tommasini Logistica e Spedizioni”, nel reparto contabilità e affini.
La sveglia suona ogni mattina alle sei e trentadue in punto, orario studiato e perfezionato da Fausto nel corso dei suoi mesi di prova in ditta. Anche quella mattina, non appena il gallo canta attraverso gli altoparlanti del cellulare, Fausto allunga la mano verso destra dal lettone matrimoniale, sfiorando alla cieca la figlioletta per tranquillizzarla. Dopo un minuto esatto scatta dal letto: barba, capelli, pipì—e ci sarebbe anche il tempo per altro, se servisse. Corre in camera, ma in punta di piedi, si veste alla velocità della luce e inciampa in strada, dove è lui a dover aspettare l’autobus per un minuto e mai dovrà succedere il contrario.
Sveglio dalle sei e mezzo, arriva in ditta alle otto meno tre minuti, e quei tre minuti sono esattamente il tempo medio che serve a farsi trovare seduto e pronto alla scrivania.
«Fausto?» il collega lo chiama bisbigliando.
«Dimmi.»
«La camicia, Fausto, che hai fatto?»
Si specchia nello schermo spento del PC. «Cavolo.» Nel tastarsi la mascella sfiora il rosso ricordo lasciato dall’affilato rasoio.
Prima che possa rimediare, la porta in fondo al breve corridoio si apre. Gli uffici, che poi non sono altro che tristi loculi di cartone, sono posizionati in modo che il boss possa controllare tutto attraverso la parete a vetri.
Dalla porta aperta avanzano due lunghe gambe, strette in collant più neri della morte su un paio di tacchi a spillo. Nessuno tra i presenti alza la testa, chi perché ha la moglie che legge nei pensieri, chi perché non vuole essere tirato per i capelli di prima mattina. E poi c’è Fausto, che medita di alzare lo sguardo oltre il ginocchio della signora da un paio di settimane. Fausto è un uomo e lo sa benissimo: non può farsi intimorire. A un tratto, la macchia di sangue sul colletto assume tutto un altro valore. Il collega nel box accanto lo fissa, capisce che Fausto è in procinto di gettare i suoi stellari mesi di prova nel gabinetto per quella sua smania di dimostrare mascolinità a tutti.
«Signor Costantini,» la signora, il boss del reparto contabilità, si ferma precisamente davanti al box di Fausto. «Che è successo alla sua camicia?»
«Una disattenzione durante la rasatura. Cose da uomini.»
Cose da uomini. Quelle tre parole riecheggiano nel piano, tintinnano tra la parete a vetri e la porta d’ingresso dall’altro lato della grande stanza.
«Signor Costantini, oggi è lunedì, dico bene? In genere, gradisco aprire il cassettone a inizio settimana e trovarlo vuoto: nessuna pratica del venerdì da sbrigare. Lo gradisco? Sì. E allora, signor Costantini, perché proprio lei, il venerdì passato, ha lasciato una pratica aperta con la “Pescheria Corradino”?»
Fausto ha finalmente chiara coscienza di sé: un invertebrato. «Sono costernato, signora Donati, sono veramente dispiaciuto! Non c’è stato modo di contattare Corradino, nessuno alla pescheria ha risposto! Lo giuro, signora Donati. Lo giuro!»
«Nel mio ufficio, Fausto.»
Sotto l’occhio dei colleghi, che seppur divertiti non possono affatto mostrarlo, Fausto avanza in lacrime verso la maledetta parete a vetri e la sfavillante porta dell’ufficio del boss.
«Ehi, Fausto!» qualcuno, il più irriverente, prende la mira: «Ricordati di essere uomo, mi raccomando!»
La porta si chiude alle sue spalle, solo qualche risata dei colleghi riesce a raggiungerlo.

La signora Donati non è fatta solo di gambe chilometriche. La zona del bacino merita approfondimenti, così come il torace, le spalle, il collo e soprattutto l’acconciatura con chignon e ciuffetti alle tempie: è la perfetta miniatura, si fa per dire, di una executive in un costoso tailleur e con la penna sempre in mano.
«Fausto,» comincia lei, sfilandosi gli occhiali da vista. «Non ti ho chiamato per parlare della pratica Corradino.»
Lui la studia, adesso con un nuovo dubbio: «Mi dica.»
«Abbiamo un grosso cliente dalla Francia, Fausto.» Nel pronunciare quelle parole, indica una pila mastodontica di documenti su una sedia. Le carpette soffrono, gli elastici e i nastrini non riescono a tenerle chiuse; ci sono fogli di ogni colore, di ogni forma, di ogni dimensione.
«È un bene, no?»
«Sì, Fausto, certo,» la signora Donati distende la schiena sulla comoda poltrona, accavallando le gambe sotto la scrivania. «Proprio perché si tratta di un affare così serio, non posso fare altro che affidarlo a te.»
Gli occhi di Fausto saettano verso la sedia e la pila di documenti. «Entro quando?»
«Domani.»
«Doma—»
«Fausto, cerca di capire: è un affare imperdibile.»
«Signora Donati, con tutto il rispetto: c’è chi è più qualificato di me a svolgere queste operazioni, soprattutto visto il tempo limite.»
«Lo so, ma non posso mica chiedere a uomini con moglie e figli di tornare a casa a mezzanotte!»
Fausto la fissa, indeciso se mettersi a urlare o uscire direttamente dall’ufficio. Anche lui ha una figlia, come ogni altro uomo!
«Mettiti al lavoro, Fausto.»
«Devo rifiutare, signora. Ho promesso alla bambina che stasera avremmo visto la tv assieme: c’è il suo cartone preferito.»
«Viviamo nell’epoca di internet, reperire un cartone non sarà un problema: lo guarderete domani.»
«Signora—»
«Vuoi averli i soldi per mandare la tua adorata bambina a scuola? La vuoi pagare la bolletta della luce, o andrai di nuovo a piagnucolare da mamma per elemosinare soldi? Hai un lavoro dignitoso, Fausto, tienitelo stretto e non farmi perdere altro tempo!»
Lui la fissa rosso in viso, gli occhi che bruciano e fanno malissimo: vorrebbe piangere, disperarsi per la propria miseria. La fissa ancora, ma deve smettere. China il capo, piano: «Mi metto a lavoro, signora Donati.»

Mentre Fausto massacra la tastiera e sorseggia litri di caffè annacquato, il resto dell’ufficio comincia a rallentare. Non sembra volerla smettere: rallenta, poco alla volta. A un tratto l’ufficio è del tutto muto, tranne qualche risata che riecheggia nella tromba delle scale, qualcuno che invita gli amici a cena prima che le porte dell’ascensore si sigillino. Fausto è solo, l’ufficio ha rallentato talmente tanto che persino la polvere resta sospesa a mezz’aria, danzando immobile priva del coraggio di posarsi su un qualsiasi suppellettile. Lui, nel respirare la solitudine, si accorge di essere più inutile della polvere stessa: agli occhi dei colleghi non è un uomo, è qualcosa da spazzare e soffiare via, e quando si deposita di nuovo, basta ripetere il processo.
La signora Donati lo sa. «Hai finito, Fausto?»
«No, signora.» Non alza neppure la testa. Ha stretto la cravatta alla fronte per evitare che il sudore gli piova direttamente negli occhi, regge la penna con la mano destra mentre la sinistra sfoglia pile e pile di cartacce identiche. «Alcuni documenti sono in francese...»
«Traducili.»
A quel punto, Fausto poggia la penna sulla scrivania. «Perché non va a casa, signora Donati? Mi lasci lavorare.»
Lei annuisce, controllando che le chiavi dell’automobile siano nella borsetta. Le fa tintinnare e Fausto stringe i denti, sopporta in silenzio il fatto che il suo boss possa sfrecciare per la città su un bolide d’oltralpe mentre lui deve soffrire la calura dei mezzi pubblici.
Non appena la signora Donati esce dall’ufficio, Fausto scatta dalla sedia. Senza alcun indugio, si reca nel tempio sacro rinchiuso tra le pareti di vetro. Spinge la porta e avanza, speranzoso che si presenti sotto i suoi occhi qualcosa con cui possa ricattare la perfida donna ed evitare di finire schiavizzato. Lo sa benissimo, Fausto, che ormai che ha accettato di farsi massacrare di lavoro le cose andranno solo peggiorando. Sa pure di essere troppo debole per fronteggiarla faccia a faccia: il suo essere uomo dura tanto quanto basta a colorargli il volto di orgoglio, niente più. All’atto di tirar fuori le palle e rintronare a suon di urla la signora Donati, Fausto può solo farfugliare cose senza senso e balbettare “sì, mia magnanima e suprema signora, mia salvatrice!”.
Sospira. Nel voltarsi coglie un guizzo luminoso fuori dalla finestra, dalla città che si veste dei suoi abiti notturni; coi vestiti da gala si fa la più bella tra tutte le dame del creato. Osserva dalla vetrata, guarda le auto correre via dai parcheggi, le personcine camminare qua e là, le luci dei palazzi di fronte accendersi e spegnersi al ritmo dei suoi pensieri.
«Faccio pena.»
Ritorna sui propri passi e lei è lì: una strana cornice delle dimensioni di un sottobicchiere. Fausto si avvicina alla parete, e tra il mobiletto della stampante e gli scaffali coi documenti, c’è la piccola cornice tonda che ha rapito la sua attenzione. Fausto si permette, non fidandosi della prima impressione, di scrutare meglio cosicché i suoi occhi stanchi mettano a fuoco come si deve il contenuto di quella cornice: è una moneta, una semplicissima moneta da due euro.


L’indomani arriva in ufficio alle otto e dieci. La signora Donati è già ferma immobile davanti al box di Fausto, a braccia conserte. Gli uomini a lavoro la ignorano, fanno finta che sia una gloriosa statua piazzata lì perché qualcuno non ha avuto la forza di issarla sul piedistallo a cui è stata destinata.
«Signor Costantini, ben arrivato. Quando iniziamo a lavorare, in questo ufficio?»
«Ho perso il bus.» Non aggiunge altro. Alla megera non importa che sua figlia abbia strillato tutta la notte, incolpandolo di aver fatto tardi e di essersi perso il cartone animato. «Mi metto subito al lavoro.»
La signora Donati, seppur avesse affilato le unghie per l’occasione, decide di annuire e tornare nella propria tana. Non appena si chiude la porta alle spalle, alcuni colleghi di Fausto drizzano la testa e lo fissano. Nessuno di loro parla, non con la bocca almeno, bastano i loro occhi che urlano e gridano senza pietà: “Fausto, che vergogna! Sii uomo!”

Ogni giorno è un supplizio. La signora Donati ha deciso, sotto consiglio del diavolo in persona, che può permettersi di oberare il poveruomo di lavoro. Fausto scrive, corregge, calcola, invia, riceve, chiama, ascolta, salta, gira, balla. Tutto. Gli altri spengono il PC alle quattro e cinquantacinque, mentre lui a quell’ora ha appena avviato il programmino in cui immettere tutti i dati delle transazioni coi francesi.
Ogni volta che prova a opporsi, a far notare quanto sia ingiusto che solo lui debba sgobbare a quel modo, la signora Donati gli mostra la produttività dei suoi colleghi, il bel grafico coi numeretti e altre idiozie che sono piazzate lì per il gusto di metterlo in ridicolo: attraverso le vetrate, tutti possono vedere tutto.
Fausto, un mercoledì, si convince che se riuscirà a essere più veloce e produttivo, allora lei dovrà lasciarlo in pace. Arriva in ufficio puntualissimo e già sa cosa fare: accende il PC e medita di afferrare la tastiera con due mani e cominciare a strimpellare numeri e cifre e nomi e cognomi.
«Ehi, sei sordo?»
Lui gira la testa, schizzando sudore: è il collega.
«La tua padrona ti chiama, cagnolino: va’.»
Senza indugio, Fausto si alza e corre nell’ufficio della signora Donati. Apre la porta e con un balzo raggiunge la scrivania: «Ho già completato tutte le pratiche, signora Donati! Di oggi e domani. I francesi sono felici dei risultati. Mi sono messo in contatto col nostro reparto logistica per aiutarli nelle contrattazioni.»
«Fausto, puoi farmi un favore personale?»
Lui si drizza sulla schiena, circospetto. Vorrebbe negare con la testa: «Cosa le serve, signora?»
Il boss si china leggermente sotto la scrivania. Estrae, come una spada affilata, la propria scarpa coi tacchi a spillo e la poggia sulla scrivania. Segue la sua gamba, issata a fatica e adagiata tra le scartoffie e una tazza di caffè.
«Devo aver preso una storta venendo in ufficio, Fausto. Puoi massaggiarmi la caviglia?»
Il piede della signora è lì, a un dito di distanza da Fausto. Lui non ha il coraggio di voltarsi, sa che tutti i suoi colleghi sono paralizzati in attesa che accada qualcosa. Suda, trema, freme. La signora muove le dita del piede nascosto nel collant nero, e gli occhi di Fausto si avventurano rapidissimi sino alla coscia. La gonna del tailleur è corta, così corta che lui, se si fosse sporto, avrebbe potuto cogliere il miracolo della vita.
«Signora Donati, non sono un massaggiatore.»
«Non serve esserlo.»
«Signora, voglio dire—»
«Vuoi essere licenziato?»
Lui respira. L’aria è veleno, puzza di sudore e miseria. «Signora Donati, lei non può licenziarmi per questo, è folle. Ho passato le ultime settimane lavorando come un dannato!»
«Non sei l’unico che lavora, qui dentro,» mormora la signora, all’apparenza calma. Qualcosa nel suo sguardo allerta Fausto. «Se non mi massaggi il piede, troverò una ragione per mandarti a casa. Nessuno farà domande, e nessuno dei tuoi colleghi parlerà. Pensi che quelli che adesso ridono e ti prendono in giro siano uomini? Non sono uomini. A casa si piegano e si prostrano ai piedi di mogli e di figlie, e qui a lavoro fanno finta di essere forti e spavaldi solo perché ci sei tu, che sei un mollusco ed eviti a loro di dover strisciare sino alla mia scrivania per dovermi leccare dove prima capita. Ritieniti fortunato, Fausto: tu sei il mio preferito. Ora massaggiami il piede.»
Fausto indietreggia, soppesa l’idea di sfondare la porta a vetri e correre verso l’ascensore. Troverebbe i soldi per sua figlia altrove, la bimba saprebbe sopportare qualche giorno senza guardare i canali dei cartoni alla tv, quelli costosi, e potrebbe sopportare il non avere i vestiti dei suoi personaggi preferiti, quelli costosi. Fausto potrebbe sopportarlo pure, il non mangiare qualche giorno per dar da mangiare a lei, il privarsi di qualsiasi cosa, pure dell’aria.
«Se esci da quella porta, Fausto, io ti rovino. Tu lo sai chi sono, di chi sono figlia.»
Lui lo sa. E guarda la moneta incorniciata alla sua destra. «Cosa rappresenta quel pezzo da due euro?»
«Quale?» la signora Donati tentenna.
Ma Fausto lo nota. «Quella.»
«È solo una moneta da due euro, una qualsiasi. Forse è greca, non lo so. Massaggiami il piede, adesso.»
«Due euro greci? E vale la pena incorniciarli? Con tanto di dedica da un certo Filippo
«Vuoi giocare sporco?» sorride lei, prendendo il telefono dell’ufficio in mano. «Lasciami chiamare la preside di una certa scuola...»
Fausto si avvicina alla scrivania.
«Vedo che hai capito. Se vuoi che lei sia in grado di frequentare la scuola vicino casa, obbediscimi. Non ci vuole nulla per me a spedire tua figlia in una scuola a chilometri da qui. Ti farò spendere ogni singolo euro, e quando non avrai più nulla tornerai qui frignando e strisciando.»
Il piede della signora Donati non sembra poi così male. Fausto si affianca, cauto, alla gamba della donna. Con gli occhi gonfi di lacrime e vergogna, porta le mani alla caviglia della sua padrona e ammette, disperato, di non potere nulla contro di lei.

È venerdì, e Fausto arriva in ufficio qualche minuto prima delle otto. I suoi occhi hanno i colori della sonnolenza e i capelli sono arruffati, scompigliati in un modo tanto peculiare da far pensare che delle manine di bambina si siano vendicate di un torto. Si siede alla scrivania e alza lo sguardo verso la porta a vetri, inclina il capo leggermente a sinistra e osserva la moneta da due euro incorniciata.
«Oggi cosa le dovrai massaggiare?» sogghigna qualcuno di fianco.
Fausto è sordo.
«Un po’ ti invidio, sai?» rincara il collega, «già ho visto che dal piede stai salendo più su, furfante. Bella strategia la tua, di fingerti senza palle per invitare la gran signora a sfilarsi le mutande.»
«Ma non ti fai schifo?» reagisce Fausto. O pensa di aver reagito. Quando si volta per osservare il collega, capisce di avere la bocca sigillata e le mani che tremano sulla tastiera. Prima di poter rimediare, deduce dagli sconosciuti che lo circondano che l’arpia stia arrivando: pretende il suo cuore fresco e appena strappato dal petto.
«Fausto?» chiama dal ciglio della porta di vetro, senza nemmeno fare quel passo in più per calpestare la lercia moquette.
Tutti notano, tra una risatina e l’altra, che la signora Donati quel giorno ha entrambe le scarpe ai piedi, il che significa che non ci saranno massaggi.
«Mi dica, signora Donati,» dice, chiudendosi la porta alle spalle.
«I francesi.»
«Non ho ancora parlato col reparto logistica, ma mi pare che i primi camion fossero già pronti.»
«Ci hanno fregati. Nessun contratto, nessun accordo: abbiamo perso tutto.»
Fausto la osserva, la testa completamente vuota. Tutto ciò che riesce a fare è voltarsi di un pelo verso la parete, in cerca della tonda e levigata cornice che sta studiando da giorni: non riesce neppure a calcolare di quanto coraggio avrebbe bisogno per compiere ciò che sa vada compiuto.
«Ho bisogno di un bicchiere d’acqua,» la signora Donati si stira, cerca di raggiungere il frigobar: vuoto.
«Signora, devo—»
«No, vado io. Torna al lavoro.»
La signora Donati si allontana dalla scrivania barcollando. Fausto si scosta e la lascia passare, scalza e con l’espressione assente, mentre si dirige alla cucina in fondo al corridoio.
Lui resta nel suo ufficio di vetro, il luogo maledetto, e sa che tutti i suoi colleghi lo stanno fissando. È il momento. Se non sfrutta quell’occasione per provare a tutti di essere un vero uomo, non avrà il coraggio di guardare sua figlia in faccia, né di rimproverarla quando lei farà ancora una volta i capricci. Se non fa qualcosa, la spirale di tormento lo trascinerà in fondo, in un luogo dove ogni singola forma di vita potrà mettergli i piedi in testa.
Con la vista appannata dalla fifa, si avvicina alla parete, allo spazio stretto tra gli scaffali e la stampante. Sbuffa più volte e stringe i pugni nelle tasche. In un lampo, la sua mano destra scatta e afferra la cornice con la moneta da due euro.

Fausto si sente uomo come mai in vita sua. Si volta verso la platea, verso i colleghi che lo osservano col fiato sospeso. Vorrebbero applaudire, qualcuno di loro ha le lacrime agli occhi: testimoni, tutti loro, della rinascita dell’amatissimo collega!
«Che diavolo stai facendo!?»
Fausto trasalisce. Drizza di scatto il capo: la signora Donati spappola nelle mani il bicchierino di carta e comincia a correre.
«Non un passo di più!» urla Fausto, brandendo la cornice con entrambe le mani. «Giuro che la lancio dalla finestra!»
«Metti quella cornice al suo posto, Fausto!» strilla la signora, ferma in mezzo ai box ufficio. «Ti stai mettendo in ridicolo davanti a tutti i tuoi colleghi. Perché lo fai? Hai un’ottima carriera davanti, non rovinarla così.»
«Carriera? Non voglio essere uno schiavo sottopagato e maltrattato da una—» tossicchia, «megera.»
«Megera? Dì ciò che pensi realmente, o non hai le palle neanche per quello?» lei scoppia a ridere. «Metti quella cornice al suo posto e torna a lavorare, Fausto.»
Un modo per garantire un futuro a sua figlia lo troverà. Se lo ripete cinque volte, dieci volte, mille volte. Deve agire: con un unico e preciso gesto spacca la cornice contro lo spigolo della scrivania.
«No, bastardo! No!»
L’ufficio applaude. Fausto, mentre la signora Donati corre verso di lui, si china per raccogliere la moneta da due euro.
«Fermo, ti supplico!»
I due si fissano. La signora Donati è terrorizzata. Il fiatone le impedisce di mantenere la compostezza che la caratterizza.
«Cosa rappresentano questi due euro?»
Lei balbetta, ma non pronuncia nulla di comprensibile. Si aggiusta gli occhiali sul naso: «Sono i due euro che mio padre mi ha dato prima di morire, sono gli stessi due euro che ha ricevuto come resto quando ha comprato la mia prima penna con cui firmare i contratti futuri.»
Fausto annuisce. Respira a pieni polmoni e poggia i due euro proprio sul ciglio della scrivania, in bilico. I colleghi lo seguono con gli occhi mentre esce dall’ufficio di vetro, superando a testa alta la donna distrutta.
La platea di camice e cravatte balza dalle sedie: «Così ci si comporta!»
Fausto sbircia oltre le proprie spalle la donna con la schiena curva su quel pezzo da due euro, una donna che trema e nasconde al mondo un dolore inimmaginabile.
«Sono un uomo, adesso.» Mormora, tra sé e sé, ma fa dietrofront. Si sfila la giacca e, senza dire una parola, la adagia con cura sulla signora Donati.

FINE (ma c'è dell'altro, continua a leggere.)


Analisi tarocchi

Grazie per aver letto questo racconto!

La storia è frutto di un gioco che ho fatto coi miei lettori e lettrici su Instagram e Facebook. Ho dato loro la possibilità di scegliere cinque numeri che avrei usato per estrarre dei tarocchi su cui basare una storia originale. Se sei curioso e vuoi partecipare, puoi seguirmi sui miei canali social per non perderti altre novità e iniziative simili!

Di seguito fornirò una breve analisi dei tarocchi estratti e cercherò di chiarire come li ho interpretati per dar vita a questo racconto!

Page of WandsIl primo tarocco è dedicato al nostro protagonista e alla sua condizione. Braccia e gambe unite da cicatrici rappresentano il suo lato più privato, il suo legame con la figlia: entrambi sono vittime del despota dell'ufficio, entrambi soffrono e sono feriti. L'idea è leggermente variata dalla prima impressione che ho avuto della carta, in cui nei multipli arti e nelle cicatrici vedevo il protagonista assieme a più di un figlio, ma anche in quel caso senza una moglie (che può essere la ragione del suo sentirsi inadeguato e poco uomo).
King of CupsÈ difficile immaginare qualcosa di positivo in un tarocco del genere, anche se ci ho provato. È la carta che incanala l'essere della signora Donati, il boss tirannico dell'ufficio. Anche per questo tarocco l'idea originale è stata un po' modificata per cercare di infondere nella storia più dramma e più carattere possibile. La signora Donati è, agli occhi di Fausto e degli altri in ufficio, una donna fredda e spietata che non esita un singolo istante nello sfruttare il protagonista non appena si accorge della sua debolezza. Ciò che ho voluto aggiungere all'idea suggerita dal tarocco è un lato più umano del boss dell'ufficio, qualcosa che possa in qualche modo giustificare ciò che fa, attraverso la moneta (di cui parleremo presto) e il legame verso la ditta di famiglia.
The BeachcomberTrovare un utilizzo per questo tarocco è stato molto difficile. Mi aveva quasi tratto in inganno e indotto a scrivere una storia di furti, fisici o morali, e far ruotare tutto attorno a questo sottrarre qualcosa a un altro. Questo concetto è rimasto, si è infilato con cura durante il processo creativo e ha assunto, secondo me, un significato ancora più forte. La carta unisce sia Fausto che la signora Donati, intenti a rubacchiare qualcosa dell'altro e portarla al proprio nido, verso se stessi. La signora Donati ruba, pezzo per pezzo, la dignità del suo fragile impiegato, beccando via il suo orgoglio senza alcuna pietà. Fausto, dal canto suo, non è un santo, e pur di ribellarsi al boss decide di attaccare la moneta, il punto debole del suo avversario: è un furto preciso che ha lo scopo di ferire nel profondo.
V of PentaclesEd ecco la vera protagnista della storia: la moneta! La moneta è un simbolo, rappresenta per la signora Donati il suo legame col padre defunto, l'attaccamento alla ditta di famiglia, è qualcosa che vuole conservare e tenere sempre vicino a sé. Nel momento in cui Fausto minaccia la moneta lei si sente esposta, vulnerabile. Nell'idea di fondo volevo che Fausto agisse per disperazione, che facesse qualcosa di immorale pur di provare a se stesso e a tutti gli altri di essere uomo; il suo ferire una donna, la vendetta così meschina, addirittura il furto e la minaccia di distruzione della moneta, ci collegano al prossima tarocco.
IX of SwordsQuesta carta simboleggia il risveglio di Fausto. A differenza di ciò che i suoi colleghi pensano, e di ciò che pensava lui, il suo risveglio, la sua rinascita come uomo, non può avere come fondamenta il corpo avvilito della signora Donati. Non è maltrattando gli altri che Fausto vuole sentirsi uomo. Nel gesto finale di coprire le spalle della sua avversaria con la propria giacca, Fausto capisce cosa signfiichi essere un uomo per lui, comprende che non è imitando gli altri o atteggiandosi a macho che potrà sentirsi accettato dalla società e dalla sua famiglia.

Grazie ancora per aver letto questo racconto e la mia interpretazione dei tarocchi! Se vuoi commentare o dirmi qualcosa, puoi farlo sotto il post del racconto, su Instagram o Facebook, oppure mandarmi un messaggio privato.

Alla prossima avventura assieme!