Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Io l'ho fatta

Questo racconto è arrivato in finale su "Minuti Contati", una brutale arena di scrittura con incontri a cadenza mensile. La storia è stata scritta per l'edizione di settembre 2021 da 3000 caratteri, con 4 ore di tempo limite e nessuno spazio per la revisione dopo essere stata postata.
Il tema dell'edizione: Il Crollo.

La piccola ha La Malattia. Gliel’ho data io, pure se io non l’avevo. Alla Malattia non serve un nome, tutti la riconoscono.
E allora ogni mattina mi alzo e mi lavo la fica con quel poco di acqua che scorre dietro casa. Detto fatto. Lego la piccola sulla schiena e si parte. Oltre il deserto di case distrutte e le tendopoli c’è la bella città. Chissà quale città è. Se lo chiedi, mica te lo sanno dire. Chi sa niente, qua. Una città vale l’altra, e ti ridono in faccia, tanto a noi sembrano tutte belle palle di vetro.
Vorrei ridere come ridono loro. I denti mi mancano, come a loro, ma la faccia da culo non la ho. Che è un peccato, perché se l’avessi mi prenderebbero per maschio, e farebbe comodo.
Il signore che mi scopa ha il cazzo lungo due dita, non arriva nemmeno a bucare la pellaccia flaccida tra le gambe. Almeno mi evito un’altra bimba, che già una mi fa uscire pazza. Ma no, povera creatura, no. Scusami, amore, mica è colpa tua. È La Malattia.
«Che vuoi? Vattene.» Mi dice, con quel verme molle tra i peli e il lardo. Ai vermi piacciono il fango e la merda. Chiamali scemi, a stare su questi porci.
«La medicina, signore. Per la mia creatura.» La devo indicare, perché se non la indico questi manco la vedono. «Ne abbiamo parlato, signore.»
«Ma che? Chi? Dove?»
«È per la piccola, non per me. Ne serve poca.»
«Ah, sì. E la vuoi?»
Gli faccio di sì. La tenda si muove, due nuovi portatori di vermi entrano.
«Lavora. E poi ti do la medicina.»
Questi non sono vermi deperiti. Questi hanno mangiato bene.
La mia piccola ha la tosse. Fa la cacca liquida e c’è sangue. Il flacone è vuoto. Le mie tette sono vuote. Sono vuota pure io.
Una tizia mi sta fottendo i clienti. È lei a fottermi la medicina. Si sta fottendo di tutto, qua attorno.
Ah, eccola, manco il tempo di dirlo. Ha due figli piccoli. Due. E dove li teneva, che non ha manco le ossa? Due. Io ne ho una.
Ho cercato la medicina altrove. C’è un posto, vicino al deserto, dove posso andare e mettermi a disposizione. La medicina però non la vedo. Ne vedo poca.
Arrivare a casa è un supplizio. La piccola pesa sulla schiena. Mi lascio dietro una scia, sanguino bianco dalle gambe. Come sarebbe abbandonarla qui? La piccola pesa. Mangia e beve la medicina. Manco parla. Che ti ho fatta a fare?
La zoccola che mi ha fottuto il posto mi guarda. Ci siamo incrociate per caso.
«Ah, sei di qui, eh?» È curiosa. Fotte pure informazioni.
Faccio di sì, e lei ride. «Tu?»
«Ah, sì. Eh, è tua?»
Copro il capo della piccola. «I tuoi li hai trovati? È mia, certo.»
«Ah, eh, sì.» Accarezza le loro teste. «Un paio d’annetti, eh, mica tanti. E poi, ah— giocheranno assieme. La stai già preparando, eh.»
Questa mi fotte la medicina. Vuole fottermi pure la figlia.
No. Non te la voglio dare. Basta. Pietà. Già ha La Malattia, che altro le volete fare!?
E allora facciamo così: io l’ho fatta, io me la riprendo. Ha la testa morbida, sarà come schiacciare un topo.