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Giovanni Attanasio

Scrittore

Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Il Sacrificio

Tra le tribù si vociferava che la guerra prima o poi sarebbe finita, ma solo per poi ricominciare, finire e tornare ancora con più impeto. Una cosa sola, un dettaglio che capitribù e anziani mancavano scaltramente di notare, era che la guerra finiva sempre grazie a una donna. Alle volte, però, era proprio per una donna che il conflitto avvampava.
Anche quella volta si era danzato all’ombra della luna. Uomini sbraitanti si scuotevano animati dalla bramosia di morte, i forsennati guerrieri calpestavano la terra e i cadaveri dei nemici distrutti: offrendo loro il proprio vigore e il proprio sudore, cantavano per donare ai caduti una degna guida attraverso i mille sentieri che conducevano, tutti, alla terra dove avrebbero goduto dell’orgia infinita degli dèi.
Hagator, le cui gesta leggendarie venivano già narrate da anni attraverso le steppe, le paludi, e ancor più lontano tra i seni tondi e verdeggianti della terra, aveva infine sottomesso l’ennesima tribù. Con poca grazia, ma non per questo in modo irrispettoso, aveva chiesto di discorrere con l’anziano che ammaestrava il gregge confuso di coloro che erano stati appena sconfitti. Quando avanzò nel tendone, sedette su un ceppo e altri furono portati per circondare il tappeto centrale.
«Possente Hagator,» esordì l’anziano, le cui membra sfilacciate e impoverite dal conflitto suggerivano che, da un momento all’altro, avrebbe potuto appassirsi e navigare sino agli dèi. «La nostra piccola congrega di anime è degna di far parte della tua possente e inarrestabile tribù. Non abbiamo alcun desiderio di opporci, abbiamo già perso troppi giovani nel vano tentativo di contrastare il volere degli dèi. Chiediamo pace, e so che anche tu, possente Hagator, hai chiesto udienza per la stessa ragione.»
Hagator, l’orso con un occhio solo, strizzò la sua unica palpebra funzionante e si guardò attorno. «Cosa mi offrite, vecchio?»
«Offrire...» ripeté tra sé e sé l’altro, mentre il sudore, indistinguibile dalle lacrime, gli correva stentando giù per il volto rugoso.
«Un tributo, anziano.» Hagator lasciò il ceppo e nell’alzarsi quasi sfiorò il soffitto della tenda costruita per accomodare le modeste dimensioni dei suoi rivali. «Ci sono donne, tra di voi? Ho visto qualcosa, forse, ma fatico a distinguere maschi e femmine, nel vostro caso. Tutti con la faccia spelacchiata e senza peli sul petto, voialtri, e non riesco nella foga della battaglia a capire se la mia lancia abbia trafitto uomini, infanti o donne. Ne avete femmine?»
«Ne abbiamo, certo!» tossì l’anziano, occhieggiando verso uno dei suoi fidati guerrieri, la cui moglie intrecciava vimini a casa, lontano dal conflitto. «Ne abbiamo molte, di donne, e la loro bellezza è tanta. Selvaggia e forte, ovvio, ma pure casta, tanto da far invidia gli dèi.»
«Invidia! E come?» grugnì il condottiero, aggiustando la pelliccia d’orso sulla stanca schiena.
«Le vergini, possente Hagator, si dice discendano dalla madre di tutte le lepri, dalla dea Lanna. La dea delle lepri era detestata, possente Hagator, perché giaceva spesso con gli uomini e concedeva il proprio corpo tenero affinché loro ne mangiassero a sazietà.»
Lui scrollò le spalle. «E sia, vecchio. Voglio una di queste vergini.»
«Sarà fatto!» tentennò, quasi inciampando per inchinarsi, «sarà fatto e sarà per la pace tra le nostre tribù.»
«Dev’essere diretta discendente della dea Lanna, vecchio, o tornerò per completare la mia conquista su di voi. Dovrà essere fertile, il suo ventre capace di ospitare la mia potenza senza che ne sia annichilito. Se morrà durante il parto o, peggio, durante la gravidanza, tornerò.»
L’anziano si mise da parte, lasciando che l’orso con un occhio solo uscisse dalla tenda assieme ai suoi muti guerrieri. La dea Lanna non aveva mai messo piede nella loro terra, schifata dai miasmi della palude e troppo occupata a zampettare dove l’erba cresceva rigogliosa e non putrida e insalubre.
Una creatura di impareggiabile rarità andava però trovata, e presto.

Teila aveva appreso che la guerra nella radura era stata persa. Nel veder rientrare l’anziano e pochi altri rimasugli di uomo, ebbe la certezza che il conquistatore che veniva dal nord stesse lentamente discendendo assieme alla sua armata inarrestabile. Nel leggere l’espressione infelice dei guerrieri, si accorse pure che quelli lanciavano occhiate a destra e a manca. Spiavano in ogni tenda, tra i cespugli; qualcuno andò pure al fiumiciattolo: cercavano qualcosa.
Quella sera, nel cucinare per i fratellini a cui badava, Teila rovesciò per distrazione una ciotola di spezie per terra. Nel chinarsi per raccoglierle e non farsi accorgere, il segnale che gli dèi le stavano mandando si disegnò con nitida crudeltà sulla terra umida: le spezie, granello per granello, foglia per foglia, si erano disposte per assumere le sembianze di una lepre senza testa. Drizzò il capo, poggiò una mano sul petto per invocare pietà al proprio cuore impazzito, e si sincerò che nessuno si fosse accorto di nulla.
Si svegliò l’indomani e corse dalle sue amiche. Non parlò affatto del sonno disturbato dagli incubi, dalle visioni e dalle crisi che l’avevano attanagliata; si limitò a lisciar loro i capelli, ad acconciarle, a render loro servizi che di norma non avrebbe mai concesso a nessuna meno che se stessa.
«Come mai tanto affetto, Teila?» mormorò la sua amica prediletta, volgendo le spalle a colei che le imbelliva i capelli con fiori e piccole ossa.
«Non posso mostrare gratitudine per la tua amicizia? Senza di te sarei perduta, non pensi?»
«No, Teila, io penso che, proprio come le altre volte che mi hai accarezzata così, ci sia qualcosa che vuoi in cambio.»
Teila fece scivolare le mani tra i capelli della sua amica, indagando le nubi temporalesche e supplicando che gli dèi le mandassero un altro segnale. Il vento spirava, gelido e crudele, e portava con sé l’amaro bisbigliare di chi aveva una scelta da compiere e doveva farlo presto.
Nel voltarsi, Teila e le altre videro l’anziano del villaggio e due accompagnatori.
«Seguitemi nella mia tenda.»
La laconica richiesta insospettì ancor di più Teila, che lasciò andare prima le altre con la scusa di dover orinare. Quando fu sola, scavò con le mani nel fango di una pozzanghera e si impiastricciò i capelli, annodandoli e insozzandoli come meglio poté. Non sarebbe stato abbastanza, così si diresse al recinto delle pecore.

Assieme alle ragazze e all’anziano, Teila contò tre donne sconosciute, robuste e dai capelli canuti lunghi sino a solleticare le caviglie.
«Quale tra loro sarà?» domandò l’anziano, indicando col dito tremante le sette ragazze nella tenda.
Teila fece un passo avanti con l’idea, finta e ben studiata, di volersi mettere in bella mostra. Le donne se ne accorsero, ma prima della bocca fu il loro naso a protestare, punto da un lezzo insopportabile.
«Controllate le altre, io mi occupo di questa.»
La più arcigna delle vecchie sconosciute non si vergognò di spogliare Teila davanti agli altri, donne e uomini compresi; la sua irriverenza, sulla quale nessuno osò metter bocca, non si limitò a denudarla e farla girare più volte su se stessa.
Dopo un’attenta quanto deprecabile ispezione del corpo di Teila, la signora dalla lunghissima treccia bianca si grattò il mento e iniziò, senza curarsi d’essere osservata, a far smorfie e suoni gutturali.
Teila la osservò apprensiva, e quando la vecchia concluse il suo rumoroso ragionare, anche le altre due si distanziarono dalle ragazze nude.
«Sarà questa.»
Il dito scheletrico puntava il ventre di Teila.
«No!» reagì senza paura, «sono malata, non l’hai visto, venerabile signora? Sono... marcia. Loro sono migliori, più in salute! Seni pasciuti, fianchi larghi—»
«Silenzio!» ruggì l’anziana, massaggiandole la pancia. «Sarà stato un caso che sotto lo strato di fango e letame di cui ti sei ricoperta si nascondesse la vitalità portentosa di una dea? Ti volevi nascondere? Il nostro possente Hagator non aveva torto, le storie sono vere: la dea Lanna ha camminato tra queste lande e tu sei ciò che ha lasciato per noi.»


La consapevolezza di ciò che l’attendeva e di ciò che sarebbe divenuta la terrorizzava. Non aveva mai posato lo sguardo su un uomo del villaggio, né si era avventurata per quel sentiero irto di pericoli che era il cercare uno sposo e dargli tanti bambini col sorriso sulle labbra. Non era nella sua indole: voleva morire sola, senza alcun sorriso.
Dopo aver viaggiato per il bosco paludoso e ancor più a nord attraverso la tundra gelata, Teila aveva raggiunto un villaggio, ben più vasto del proprio, incastrato in una vallata tra due colli e una foresta con sparuti alberi senza foglie. Non contò una singola tenda, ma solide strutture di legno e paglia, strade nette e delineate che attraversavano la piana su cui sorgeva il paese, dove pascoli si estendevano a perdita d’occhio con bestie che riuscivano a prosperare nonostante il freddo.
Quando raggiunse la dimora di Hagator, due guerrieri al portone dovettero aiutarla a reggersi per impedirle di capitolare. La trascinarono ai piedi del trono all’interno di un immenso salone, vuoto meno che per un braciere e l’uomo orsino che vi camminava affianco. Le tre donne, che lei pensava fossero sparite, spuntarono alle sue spalle e la superarono per mormorare poche parole al capotribù prima di defilarsi un’altra volta: Teila rimase sola.
«È proprio così, allora,» esordì Hagator, lisciando la pelliccia d’orso che sempre l’accompagnava. Rise tra la barba fitta e riccia, chinandosi per osservare da vicino la ragazza col suo occhio. «Discendi dalla dea Lanna? Anche se non fosse così, perché è chiaro che lo negherai, non c’è verso che tu possa convincermi del contrario.»
Teila tentò di aprir bocca, ma la mascella le tremava tanto che avrebbe solo rischiato di mozzarsi la lingua.
«Hai un nome, giovane donna?»
«Teila...»
«Teila.» La tirò su afferrandola per le spalle e la fissò negli occhi. «Sembri fatta per queste terre, Teila. La neve si è posata dentro di te, e ci vuole solo il giusto soffio di vento affinché nei tuoi occhi esploda la bufera. Ma dimmi, perché hai i capelli così? Per via della dea?»
«Non lo so.»
«Bene, non importa,» Hagator allungò il braccio, sfiorandole il mento. La annusò, facendo poi scivolare le bretelle per esporre i seni di Teila alle danzanti fiamme del braciere. «Sono il tuo primo uomo: così voglio interpretare il tuo fremere. Sbaglio?»
«Non sbagli, sei il primo a cui vengo esposta così.»
La mano rugosa indovinò subito, guidata dall’esperienza, dove si trovasse la verginità della giovane, districandosi nel labirinto di tessuti dell’abito che indossava. Teila sussultò, piangendo poche lacrime.
«Mangerai bene stasera, Teila. Dovrai essere in forze per la notte a venire.»

Teila spese tutta la durata del banchetto a rimuginare e ideare un piano per evitare di finire nel giaciglio di quell’uomo. I fidati del capotribù e le altre sue concubine mangiavano e ridevano, raccontavano storie e ringraziavano gli dèi per tutto ciò che era stato loro offerto.
Quando la luna ululò alta nel cielo e le bestiole notturne si dedicarono a disturbarla col loro rumoreggiare, Teila si trovò ancora una volta sola col capotribù con un solo occhio. Fu presa per mano senza delicatezza e accompagnata dietro il trono, dove pelli e stoffe erano state posizionate con più attenzione di quanta ne meritassero.
Teila, seppur apprezzando l’impegno che il condottiero aveva messo nel metterla a suo agio, non riuscì a convincersi che fosse la cosa giusta per sé: non voleva affatto venir sciupata.
«Le tue concubine, possente Hagator, sono molto belle.» Cambiò discorso, fregandosi la mano proprio dove lui l’aveva stretta.
Hagator si girò pensoso. Rimosse con un solo gesto i pochi vestiti che lo coprivano e non si vergognò di ferite, tagli e ammaccature. Mostrò lei il fallo flaccido, rilassato proprio come sembrava essere lui. «Sono belle, sì, ma inutili. I loro figli sono già morti in guerra o ammazzati dall’inverno, e ogni tentativo di generarmi un erede degno fallisce nella miseria!» picchiò il pugno contro la parete. «Prego gli dèi che le mie offerte e i miei sacrifici mi ripaghino, questa volta. Prego che tu, Teila, sappia offrirmi un figlio maschio degno di suo padre.»
Meditò cosa sarebbe accaduto se fosse scappata. Doveva, a tutti i costi, perché qualcosa stava mutando tra le gambe del capotribù. Lei, allora, indirizzò brevemente i propri occhi chiari sull’uscita, sulla porta distante dall’altro lato della stanza.
«Non pensarci neppure.» Mormorò lui, con voce così profonda e baritonale da riecheggiare nel petto della ragazza appollaiata ai suoi piedi. «Non sei qui solo per darmi un erede, giovane donna. Sei qui perché sei un tributo, sei la ragione per cui al tuo villaggio è concesso di restare intatto e sereno in mezzo a quelle paludi fetide. Scappa, e le mie orde marceranno sul pantano da cui provieni e annienteranno ogni cosa.»
Teila rabbrividì. Aveva creduto di potersi salvare ingannando Hagator e temporeggiando sino alla sua noia.
«Il tuo villaggio ha bisogno di te, Teila.»
Lei lo ascoltò ringhiare, approcciarla da dietro: chiuse gli occhi e morse la pelliccia di lepre che aveva sotto il naso. La gioia della vittoria esplose dalla labbra di Hagator col fragore della tempesta: la carne fragile e immacolata di Teila si scontrò contro la dura e spietata realtà.

Ogni notte le coperte la avvolgevano assieme alla pelle calda e sudata di Hagator. Più e più volte aveva accolto dentro di sé il seme del capotribù, e col passare delle settimane si rese conto che nulla stava cambiando nel proprio corpo.
Le tre donne che avevano fatto visita al suo villaggio furono chiamate a gran voce. Ogni nuova mattina, dopo che Hagator aveva fatto il proprio dovere la notte passata, le anziane investigavano le privatezze di Teila, le offrivano intrugli che sapevano di terra e radici, di muschio e piscio.
«Non puoi figliare.»
A quelle parole, Teila sbiancò. Un intero mese trascorso a dedicare la propria femminilità alla causa, all’idea terrificante che se non lo avesse fatto il suo villaggio sarebbe stato distrutto, solo per giungere al macabro risultato finale.
«Posso figliare!»
«Stanotte hai sanguinato, Teila. Hagator è assuefatto alla tua tenera carne, pensa che sia perché vuoi ringraziarlo per la sua ferocia che macchi le coperte, ma la realtà è ben diversa. Non sei incinta, il rosso grumoso tra le pelli ne è la prova.»
«Non ditegli niente, vi supplico,» scoppiò in lacrime, «troverò un rimedio.»
«Vuoi un rimedio? A tutti i costi?»
«Sì. Per la mia gente!»
«Recati nel bosco fuori dal paese, questa notte subito dopo cena ma prima che Hagator ti chiami a letto.»
Teila annuì senza altro aggiungere e non si meravigliò, più tardi, nel ritrovare proprio le stesse tre anziane nel bosco. In mezzo al prato mezzo gelato era stata distesa una stuoia, e senza bisogno di istruzioni, Telia si spogliò e si sdraiò su di essa.
«Soffrirai. Soffrirai molto.»
L’avvertimento dell’anziana non la dissuase dal suo scopo. Chiuse gli occhi e lasciò che loro facessero ciò che andava fatto.
Cantarono e invocarono gli spiriti, bruciando mazzetti di erbe e passandoli sul corpo tremante di Teila. L’odore acre e asfissiante del fumo l’agguantò per le narici, la scosse sino all’ultimo filo di capelli. Gli occhi piansero, non per gioia né per dolore, ma per schermarsi dalle visioni di un mondo fluttuante, della luna che si stirava e allungava sino a farsi piatta, una lunga linea d’argento che divideva la volta celeste in due.
Nell’estasi totale, Teila non si accorse che le tre anziane avevano poggiato una ciotola di terracotta sul suo ventre. Salmodiando nell’antica lingua degli spiriti, le donne colmarono la ciotola di bianchissimo nettare estratto dalle foglie di una pianta che cresceva sulla riva del fiume, mischiando poche gocce di olio animale.
Mentre Teila lottava per scacciare le visioni dettate dai vapori, le anziane avvicinarono una fiamma alla ciotola e il suo contenuto avvampò. La vampata si levò alta e, colme di gioia di fronte alla potenza degli dèi, le donne si sporsero per cogliere al volo le scintille volteggianti, stringendole nel pugno e cantando a squarciagola mentre invocavano la dea della fertilità.

Hagator attendeva seduto sul trono. Non appena Teila rientrò e avanzò barcollando attraverso la sala, lui scattò in piedi e corse verso di lei.
«Dove sei stata!?»
Ma lei non rispose, tossì e gli gettò le braccia attorno al collo. «Ti darò ciò che brami. Sarà stanotte.»
«Non m’inganni, dannata truffatrice! Tu e il tuo popolo avete orchestrato questa follia per ritardare la vostra fine, ma ormai è inevitabile!» la spinse, ma lei non lasciò la presa e rimase salda tra le sue braccia. «Dov’è il mio erede? Perché il tuo ventre è più piatto del pavimento? Nessuna rotondità, nessun cambiamento o segnale che mi faccia capire che porti in te mio figlio!»
«Ti giuro che avrai il tuo erede, Hagator!»
Lui la fissò, alterato e pronto a commettere il più atroce dei crimini. La sua mano si fermò quando Teila, ancora stordita e ferita dal rituale, alzò la gonna sino a mostrare la pancia e le cosce. Hagator indugiò sulla sua purezza, sulla grazia che mai aveva ceduto il passo alla trascuratezza di cui erano state vittime le altre concubine col passare dei mesi. Teila restava perfetta, la degna figlia della dea Lanna che gli era stata promessa.
La raccolse tra le braccia, la sostenne nella sua fragilità, ne baciò le labbra e saggiò il sudore che le imperlava il collo. Per una volta, pensò ad amarla senza secondi fini, di distenderla con grazia tra le pelli e ascoltarla gioire di piacere. Si sdraiò su di lei frontalmente: voleva guardarla, rubarle il fiato mentre le offriva se stesso. Teila lo afferrò per i capelli, lo strattonò, rise e divaricò le gambe per accoglierlo senza più vergogna. Lo guardò rampare, poi oscillare, vorticare in una nube di denso fumo dai toni scuri e mescolarsi alle fiamme delle torce: la droga non voleva lasciarla, e lei non voleva che lo facesse. Coi sensi smarriti e la mente confusa, sarebbe riuscita a sacrificare il proprio orgoglio e il proprio egoismo per la sua gente.
E fu così, ancora una volta, seppur la storia avrebbe raccontato diversamente, che una donna e il suo sacrificio avevano riportato la pace tra le tribù.

FINE (ma c'è dell'altro, continua a leggere.)


Analisi tarocchi

Grazie per aver letto questo racconto!

La storia è frutto di un gioco che ho fatto coi miei lettori e lettrici su Instagram e Facebook. Ho dato loro la possibilità di scegliere cinque numeri che avrei usato per estrarre dei tarocchi su cui basare una storia originale. Se sei curioso e vuoi partecipare, puoi seguirmi sui miei canali social per non perderti altre novità e iniziative simili!

Di seguito fornirò una breve analisi dei tarocchi estratti e cercherò di chiarire come li ho interpretati per dar vita a questo racconto!

The ElegiastÈ la prima volta che un tarocco detta il tono della storia. Non so quanto sia riuscito nel mio intento, ma il piano iniziale era di dare al racconto un tono piuttosto drammatico, angoscioso, proprio come in un'elegìa. Le vicende a cui è sottoposta la protagonista, così come l'intera storia, sono decisamente malinconiche e deprimenti.
The MothQuesto tarocco è uno dei miei preferiti del mazzo. La falena è un insetto che mi ha sempre fatto pensare molto. L'analogia tra la falena e la protagonista è molto sottile, eppure mi è esplosa in testa dal momento in cui ho estratto la carta. Entrambe cercano, a mio parere, una sorta di serenità e di stasi, quasi un egoismo alimentato dal non voler avere a che fare con niente e nessuno; poi, però, appare la fonte luminosa, e che lo vogliano o meno, sono costrette a volarci contro. Nel caso della protagonista, la fonte di luce è un fuoco pericoloso che la consumerà: lei si avvicinerà, sospinta dal suo destino di falena, sino a bruciare. In realtà la fine della storia non è così tragica, ma approfondirò questo concetto nell'ultimo tarocco.
King of PentaclesQuesto tarocco può facilmente rappresentare un ideale, piuttosto che un personaggio, seppur tale ideale sia espresso nel racconto attraverso vari elementi. Mi riferisco al maschilismo tribale, al modo in cui viene vista la donna all'interno della storia. Sin dalla prima discussione, è chiaro che le donne, specialmente le vergini, vengono considerate al pari di strumenti e merce di scambio, utili a quietare gli animi di condottieri in cerca di potere: la protagonista viene offerta, né più né meno, come contentino per fare sì che il grande condottiero non torni a distruggere e se ne stia buono a far figli. La figura della donna viene ancora attaccata da questo mostro fiammeggiante, il maschilismo espresso nella narrazione, quando il temuto "Orso con un occhio solo" non vede altro nella piccola vergine che un mezzo per ottenere figli degni. Il modo in cui la tratta, seppur non fisicamente violento, esprime possessione e la facoltà di poter fare di lei come meglio crede.
VII of PentaclesIl simbolismo dietro questo tarocco è quello che ha avviato tutto il processo narrativo. La ciotola è una metafora chiarissima per la maternità e la fertilità, per l'utero. Nella storia, ho voluto far intendere con molta chiarezza la mia visione del rituale a cui si è sottoposta la protagonista per guarire dalla propria infertilità. La ciotola viene poggiata proprio sul suo ventre, riempita di un denso liquido latteo e poi bruciata per liberare una fiamma potentissima che simboleggia la nascita di una nuova vita, il potere della creazione contenuto in uno spazio così piccolo come quello di un corpo umano.
Queen of SwordsAvevo detto che avrei spiegato perché, nella mia visione, il finale della storia non è così oscuro come sembra. Questo tarocco incorpora ciò che io immagino del futuro della protagonista. Nella mia visione, lei è una regina forte, una figura materna e una guida spirituale per la tribù, divenuta così importante da eclissare quello che è stato il temibile condottiero e guidare il popolo al posto suo. Il finale della storia è molto orientato sul suo martirio, ma con le ultime parole voglio lanciare un messaggio: è grazie a lei che è finita la guerra, è grazie a lei che c'è pace tra le tribù. La storia racconterà sempre diversamente, proprio come è stato, e ancora è, per le donne del nostro mondo che sono state, e sono, tanto essenziali quanto trascurate: ciò non deve impedirci di diffondere la verità e render a tutte loro onore.

Piccola nota: Non voglio nascondervi che questa storia mi ha dato tanti problemi. Sin dalla sua programmazione sino alla stesura, ho sempre avuto la pressante sensazione che fosse sbagliata, che ci fosse qualcosa di strano, che fosse banale e un po' maschilista. A rileggerla, tra le varie correzioni e poco prima di caricarla sul sito, mi sono però reso conto che tutto sommato mi piace. Narra di un mondo tribale, di una società diversa, ma questa non vuole essere una scusa per far agire i personaggi nel modo in cui agiscono; al contrario, il modo in cui agiscono in un contesto tribale e ben definito dovrebbe spronare tutti noi (mi rivolgo a uomini e donne, colpevoli entrambi) a smetterla di comportarci come se fossimo uomini delle caverne.

Grazie ancora per aver letto questo racconto e la mia interpretazione dei tarocchi! Se vuoi commentare o dirmi qualcosa, puoi farlo sotto il post del racconto, su Instagram o Facebook, oppure mandarmi un messaggio privato.

Alla prossima avventura assieme!