Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Il pianto dell'albero

Questa storia è stata scritta in occasione del Giorno della Terra 2021.

Le avevano promesso che si sarebbe trovata bene, lì in montagna. Monica, però, l’aria così fresca non la gradiva, gelida persino d’estate. E non gradiva le zanzare di giorno e il gracchiare delle ranocchie di notte; insetti e animali rumoreggiavano dispersi chissà dove tra le sterpaglie, a fare le uova nella piscina svuotata, a fare la cacca sul prato tosato dal papà.
«Cosa c’è, Monica?» le domandò la mamma. Entrambe sedevano su una panchina di fronte al cancello della villa, proprio sul ciglio della strada. Tutto finiva lì, con quella strada, un lembo di asfalto che avrebbe potuto ricondurla tra i palazzi e l’odore di patatine fritte.
«Ci vorrà tanto tempo? I lavori al bosco saranno lunghi?»
«Questo dovresti chiederlo a tuo padre; preferisce dare ascolto ai suoi scienziati che a sua moglie.» La donna si alzò, appiattì la pancia e la camicia e abbottonò la giacca del tailleur. «Ma tu non farai i miei errori, Monica. È inutile studiare per poi non essere ascoltate. Piuttosto, le stai seguendo le lezioni di pianoforte?»
«Sì.»
«Ottimo. Non distrarti dai tuoi doveri.»
«Vorrei fare una passeggiata,» azzardò, incuriosendo la madre.
Questa si voltò appena, le nascose una smorfia sdegnata. Sarà l’aria di montagna che le fa male.
«Posso, mamma?»
«Lo sai cosa c’è in quei boschi, tesoro. Resta a casa.»
Monica annuì. Aveva già in mente di disobbedire, ma non aveva senso provocarla oltre: la sua espressione l’aveva vista, seppur lei credesse il contrario. Meglio tenersi alla larga dal popolo del bosco, così pensò Monica, incerta se quella riflessione fosse davvero sua.
Il bosco dall’altro lato della vallata si estendeva a perdita d’occhio. Le città e i palazzi brillavano ancora nella mente di Monica, che non voleva ammettere di essere stregata dagli alberi altissimi, dal loro tronco robusto e scuro. Vivono davvero sugli alberi, quegli esseri? Spero di no, e si avviò.
Una voce melodiosa riecheggiava tra foglie e arbusti, nel cuore verde della natura. Monica considerò se fosse opportuno esplorare ancora, investigare la fonte della litania che la stava ammaliando. Accantonò l’idea che fosse un uccello: aveva studiato di specie che potevano parlare, se addestrate, ma dubitava che fossero capaci persino di cantare! Doveva trattarsi di una persona.
Superò il primo albero, poi il secondo. Sbirciò alle proprie spalle e si fermò, un passo oltre e potrei essere sgridata. Le bastava tenersi sul margine: la faccia nell’ombra della fitta boscaglia, la schiena carezzata dal sole rosso e pronto a coricarsi.
«Chi è che canta?» chiese.
La risposta arrivò, ma non a parole. Un ragazzino della sua stessa età saltò fuori da un cespuglio.
È uno di loro! Monica indietreggiò senza sapere che lui, il cui canto si era spezzato in un sospiro, aveva pensato la stessa cosa.
Mamma e papà l’avevano istruita, sapeva cosa fare nel caso avesse visto uno di quegli esseri. Lo controllò per accertarsi che fosse proprio un’abitante dei boschi. Ha la pelle scura, ha gli occhi verdi, puzza di radici e terra. È uno di loro. Si chinò veloce e afferrò un sasso.
«Stai lontano!» e glielo scagliò contro.

Senza mamma e papà in giro per la villetta, costruita sul colle in pochissimo tempo, tutto le sembrava diverso. Senza i genitori a ripeterle a cosa servisse lavorare al bosco e quanto fosse necessario per industriali come loro separarsi dalla città, Monica cedeva allo sconforto. Non l’avevano abituata a usare i propri occhi, né a sforzare il proprio cervello: le bruciava proprio alle tempie, costretta dalla solitudine a ragionare senza che mamma e papà lo facessero per lei.
Forse sta piangendo anche lui. Lo aveva centrato proprio in testa, ma non lo aveva visto cadere. Dovrei chiedergli scusa, se avrò occasione di vederlo ancora. Anche se è un abitante del bosco.
Prese la giacchetta dall’appendiabiti e uscì seguendo il sentiero terroso verso la località dove papà, assieme ai suoi colleghi, aveva allestito il campo.
Arrivò subito, sospinta da una brezza che minacciava di infuriarsi presto. Tutti i macchinari erano lì, ordinati e lucidati, appena usciti dall’imballo. I cavalli stanchi riposavano in una stalla, mentre uomini di ogni età pulivano le grandi fornaci delle gigantesche seghe a vapore. Presto tutto sarebbe stato ricoperto di fumo, di trucioli, di sudore.
Quel presto arrivò in un batter d’occhio. Monica fissò la sega circolare piegarsi di traverso, perpendicolare al tronco dell’albero. Lo sfiato dei pistoni e il puzzo del carbone arso la stordirono, ma non volle indietreggiare. Il macchinario afferrò l’albero con le sue grosse braccia, lo strinse a sé come farebbe una madre col piccolo. Non è una madre, nessuna mamma farebbe male al proprio bambino. Ma la sega non aveva volontà propria, e anche se ridotta a lacrimare olio nero, agganciò coi propri denti il tronco e lo mozzò a metà.
L’albero cadde al suolo con uno schianto più forte di un tuono. Monica lo udì lamentarsi, gemere di dolore. Ma non era l’albero. È lui! Drizzò le orecchie e seguì la melodia, il canto del ragazzo del bosco.
Il frastuono dei motori a vapore tentava invano di superare il canto del giovane, le sue urla disperate e le note malinconiche della litania di un popolo in pena.

Le faceva male la pancia da giorni. Niente pranzo e niente cena, non poteva mettere niente nello stomaco che questo si ribellava, buttandola giù dal letto e via in bagno.
«Tesoro, non devi preoccuparti,» mormorava suo padre sotto gli spessi baffi. Accese un sigaro. «Sono le mestruazioni, lo sai?»
«Alfonzo, non essere volgare! Dio, parlare di queste cose senza nemmeno avvertire!» la madre levò le mani al cielo. «È ancora una bambina, non ha l’età per pensare a certe cose.»
«Non è lei che deve pensarci, è la natura.»
Monica provò la stessa fitta allo stomaco che l’attanagliava ogni volta che sentiva pronunciare quella parola: natura.
«Vado a dormire,» disse loro. È colpa vostra se io sto male. E se lui sta male.
Lo aveva battezzato “Radice” e lo aspettava ogni sera affacciata alla finestra. Quando lui giungeva, mimetizzato tra l’erba alta dietro la villa, lei chiudeva tende e battenti. Non voglio, si ripeteva, rossa in viso. Presto il rossore scemava, sostituito dall’agonia del triste canto che lui la costringeva ad ascoltare ogni volta che un albero crollava sotto i colpi di accetta.
La pazienza di Monica si esaurì tutta in un’unica giornata, un lunedì. Papà aveva ragione, sfilò l’intimo, mentre la pancia gorgogliava. Faticava a interpretare quei suoni: se non aveva fame, allora doveva essere il nuovo problema.
Impensierito dalla finestra aperta, Radice si arrampicò sul muro e sbirciò nella cameretta. Monica era lì di spalle, con la gonna arrotolata e gli occhi gonfi di lacrime. La fissò, la vide armeggiare con stoffa sporca di sangue.
Lei si girò di scatto, come se un’ape l’avesse punta. È lui. Perché?
Radice avanzò e Monica, paralizzata dall’imbarazzo, promise con gli occhi che avrebbe urlato a squarciagola. Lui, coi suoi occhi di smeraldo e le mani tremanti, ispezionò la stanza. Saggiò coi polpastrelli duri il legno dei mobili, tastò i pomelli del letto in avorio, le pellicce che sbucavano dall’armadio aperto. Iniziò a boccheggiare e cadde in ginocchio.
«Mi dispiace,» Monica si avvicinò, senza più timore.
Lui chiuse gli occhi, si afferrò il cuore.
Ha la febbre, di sicuro! Gli tastò la fronte, ascoltò il suo respiro affannato. «Sdraiati, ti preparo qualcosa.»
Ma Radice le prese il polso. Fece cenno di no, poi indicò fuori dalla finestra. In lontananza, nonostante fosse notte, le seghe e le accette continuavano a lavorare.
Cadde un albero col solito schianto, e Radice singhiozzò, stringendo la testa tra le mani.
Lo stanno uccidendo. Lo stiamo uccidendo.

Monica corse fuori dalla villa sfruttando la porta sul retro. Radice la dovette seguire, e quando lei si fermò a distanza di udito dal vociare dei lavoratori, lui impallidì.
«Fermerò papà e i suoi macchinari, aspetta qui.»
Lui la prese di nuovo per mano: non andare, lasciami morire come tutti gli altri, pensò, senza aver modo di esprimerlo a parole.
La osservò da lontano alzare le braccia e gridare senza che lui potesse sentirla. Quell’uomo vestito di animali uccisi era il padre di lei, dedusse. Un uomo senza sorriso e con la testa che si muoveva solo per dir di no con una lenta rotazione del collo.
Monica prese Radice per mano e corse verso il bosco.
«Se non vogliono ascoltarmi, vivrò con te e farò in modo che capiscano. Non distruggeranno la nuova casa della loro stessa figlia! Capiranno, vedrai.»
Radice piantò i piedi.
«Non ti lascio andare, Radice, no! Guarda cosa ti stanno facendo!»
Lui insistette, strattonò e lottò con le poche forze rimaste. Aprì di poco la bocca, umettò le labbra. Se solo potessi parlare la tua lingua, Monica. E rimase fermo, a fremere.
«Anche io ti voglio bene,» sussurrò Monica, arricciando un boccolo tra le dita. Si sporse con le labbra unite, ma lui indietreggiò. «È solo un bacio, Radice. È un patto, tra me e te contro i miei genitori.»
Tu non capisci cosa significa, Monica. Smettila, ti prego.
Ma lei lo baciò lo stesso.
In lontananza un altro albero crollò al suolo. Un grido acuto raggiunse le orecchie di Monica, la costrinse a reggersi a Radice.
«Era il pianto dell’albero?» le mancò il respiro. «Li senti sempre piangere, Radice? Per questo soffri?»
Mi dispiace, Monica. Se solo avessi potuto avvertirti...
«Mi brucia tantissimo il cuore.» Ansimò lei, stanca.
Un altro albero. Un altro tuono nella notte.
Monica perse il fiato e cadde tra le foglie, nel fango. Radice, accanto a lei, singhiozzava e gemeva.
«Va bene così, Radice. Almeno così, forse, capiranno.»
Un altro albero abbattuto. Due altri cuori spenti.