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Giovanni Attanasio

Scrittore

Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Il Parrucchiere

Amelia aveva un rituale che, diversamente da tutti gli altri, non le era stato imposto dall’alto. Si svegliava ogni mattina con la stessa fretta, correva sino al bagno in fondo al breve corridoio e fissava il proprio riflesso distorto allo specchio per accertarsi che tutto fosse vero. E lo era. Da un paio di mesi aveva però smesso di incolpare il vetro, o la donna delle pulizie troppo negligente che non rimuoveva le macchie di umido: il suo volto sarebbe rimasto sfigurato e orrido a prescindere da tutto.
Aprì il rubinetto lisciando con le dita il pomello dorato, e assieme al freddo getto d’acqua sgorgarono anche lacrime indesiderate. Si sciacquò la faccia, un gesto automatico e di innegabile semplicità che per lei si traduceva in supplizio. Seguì le cicatrici attorno all’occhio, contornò e tamponò col dito il labbro e la crepa rossastra che traversava verticalmente l’angolo della bocca, ramificandosi tra le narici e gli zigomi.
«Signorina Amelia?»
Fu chiamata, poiché l’orologio a pendolo aveva battuto le otto del mattino e lei tardava a presentarsi.
Non procrastinò oltre e varcò l’arcata che conduceva al salotto, girando attorno al tappeto per non pestarlo. Il maggiordomo della famiglia attendeva rigido e severo, e seppure i modi imposti dal suo ruolo ne corrugassero l’espressione, Amelia aveva con l’esperienza appreso come estrarre vitali informazioni dalle sue rughe.
«Ecco a Lei, signorina Amelia,» il maggiordomo le passò, con esasperata cautela, un bastone da passeggio. «Proprio come è stato richiesto. Si adatterà alla perfezione agli ultimi abiti acquistati, e sarà più che perfetto per l’incontro col dottore.»
«Sono stata visitata ieri, o ricordo male?» obiettò Amelia, girandosi tra le mani il legno levigato e laccato del bastone, pinzando con due dita il pomello tondo tempestato di minuscole gemme bianche.
«La signora Pontecorvo ha espresso il desiderio che sua figlia venisse visitata dal dottor Meyer e i suoi esimi colleghi, venuti sotto esclusiva richiesta direttamente dalla Germania. È un ottima occasione, signorina Amelia, per confrontarsi con degli ottimi chirurghi plastici e—»
«Se è così importante, perché sei tu a riferirmelo, Graziano?»
«Signorina, abbiamo già affrontato questa discussione.» Il maggiordomo girò di poco il capo, distogliendo lo sguardo dall’espressione addolorata della ragazza. «Sua madre è impegnata, ora più che mai. Quando Suo padre rientrerà dalla Cina, sono sicuro che troverà del tempo per le sue donne preferite.»
«Lasciamo perdere papà. A mia madre importa solo che sua figlia sia all’altezza delle serate e delle festicciole che organizza! No, resterò sfigurata e orribile, sia solo per farle un dispetto.»
«Signorina—»
«Vai, Graziano. Riferiscile pure tutto ciò che ho detto.»
«C’è un’altra faccenda da discutere...»
Amelia picchiò il bastone sul pavimento di marmi lucidissimi, esortando il maggiordomo a essere conciso.
«Il Suo parrucchiere è venuto a mancare la scorsa notte, signorina Amelia.»
«Gustavo è morto?»
«Purtroppo è così. Aveva novantanove anni, signorina.»
«Li portava egregiamente, se non altro. Come si è spento? Era da solo?»
Il maggiordomo rievocò la discussione avuta con la signora Pontecorvo: «Il figlio era con lui, mi è stato riferito.»
«Che ne sarà dei miei capelli, adesso? Gustavo era l’unico a saper addomesticare questa massa ingestibile! E adesso? Non voglio che un parrucchiere di provincia, inadatto al mestiere, si azzardi a toccarmi e tagliare via più riccioli del dovuto! E la mia faccia, poi? Come facciamo a spiegare che dovranno tagliare i capelli di una giovane tanto orripilante alla vista?»
«Signorina, non è affatto orripilante.»
«È ininfluente ciò che credi tu, Graziano, anche se apprezzo di cuore il tuo sostegno.» Amelia passeggiò per il salotto, analizzando la libreria e gli scaffali su cui, con gran diletto, aveva disposto e organizzato tutte le proprie chincaglierie. «Che ne sarà dei miei capelli, allora? È quasi ora di sistemarli.»
«Il nipote di Gustavo è del mestiere, riscuote parecchio successo tra le signore del centro. Ho già inoltrato la sua richiesta di lavorare per la famiglia, signorina, e Sua madre deciderà l’esito in settimana. La terrò informata, signorina, una buona domenica.»
«È domenica?»
«Sì.»
«D’accordo, Graziano. Puoi andare.»
Il maggiordomo si inchinò appena, indietreggiando senza dare le spalle alla signorina e defilandosi attraverso la porta.

La signora Pontecorvo amava pochissime cose, tra cui la puntualità, rispettare gli impegni, ma anche non perdere tempo. Il maggiordomo di famiglia, a furia di lavorare per lei, aveva sviluppato la capacità di leggerle quasi in testa ed evitarle così la fatica di parlare. Questi aveva comunicato, la domenica successiva alla discussione, che il nipote di Gustavo era stato designato come nuovo parrucchiere per Amelia.
L’indomani, un lunedì piovoso, le foglie rossastre e variopinte volteggiavano fuori dalla finestra e Amelia, meno distratta del solito, notò un dettaglio anomalo sul vialetto. Usando il cancello sul retro, Graziano, perché solo di lui poteva trattarsi vista l’imponenza del soggetto, scortava qualcuno attraverso il ciottolato che divideva in due metà il giardino. Pareva che discutessero, ammantati entrambi nei loro cappotti e schermati da ombrelli nerissimi mentre raggiungevano il portone della villa.
Amelia intuì di chi si trattasse non appena un ciuffo troppo riccio e troppo lungo le finì a ballonzolare davanti al naso. Prese di corsa lo spolverino per le emergenze e lucidò quante più superfici possibili prima che fosse troppo tardi. Suonarono.
«Entrate pure.»
E così fu. Graziano varcò la soglia per primo, mettendosi poi da parte per lasciare che un secondo uomo entrasse nel salotto.
«Sarebbe lui?» domandò Amelia, dandogli le spalle e raccogliendo le informazioni necessarie nel riflesso di una vetrinetta.
«Sì, signorina, è il nuovo parrucchiere.»
Lui, senza bisogno di essere esortato, avanzò di un passo e si inchinò appena; aveva un sorriso sghembo a dondolargli sul faccione barbuto, e con gli occhi vivi cercava, pure lui, di decifrare chi avesse davanti dai riverberi sulle vetrinette o sull’argenteria.
«Posso presentarmi?» domandò sottovoce il parrucchiere, occhieggiando verso il maggiordomo alle sue spalle. Lui annuì. «Sono Fiore, il nipote di Gustavo. Per me è un piacere e un onore lavorare per Lei, signorina Pontecorvo.»
«Fiore
«Come, scusi?»
«Ti chiami Fiore? È un diminuitivo di qualcosa?» inquisì, dandogli ancora le spalle.
«Forse di Fiorenzo, forse di altro. Non mi sono mai posto il problema.» Nel risponderle, si sporse leggermente a destra e riuscì a guardarle la guancia. Sapeva del problema che l’affliggeva, e giudicò dal poco che aveva visto che il caro nonno aveva ingigantito il problema.
«Mi dispiace molto per la tua perdita,» sussurrò Amelia, col tono spezzato dal dolore, «sarebbe stata la prima cosa da dire, di certo non dibattere sulle origini o le varianti del tuo nome di battesimo.»
«Non è di battesimo.»
«In che senso?»
«I miei mi avevano chiamato Ernesto.»
«E poi?» Amelia contenne la necessità di voltarsi e affrontarlo di petto: qualcosa, nel modo in cui il nuovo parrucchiere argomentava, la spronava a ingaggiarlo in un tête-à-tête.
«E poi nulla: ho cambiato il mio nome in Fiore.»
Il maggiordomo schiarì la voce. «Signorina Amelia, capisco che Lei voglia conoscere il nuovo parrucchiere, ma si sono già fatte le dieci e oggi Sua madre aveva espresso il desiderio di pranzare assieme.»
«Le puoi riferire che pranzerò da sola. E le puoi anche dire, tanto per chiarificarlo una volta per tutte, che del mio tempo faccio ciò che più gradisco.»
Il maggiordomo annuì, cordiale come sempre, ma anziché lasciare il salotto si mise di fianco alla porta e aspettò. Amelia, ormai esausta di dar le spalle alle persone con cui doveva dialogare, si voltò. Fiore non poté evitare di drizzare il capo e fissarla negli occhi. Rimase fermo, le mani a tremolare nelle tasche e la gola che prudeva, come se sentisse la necessità di scusarsi per averla messa in imbarazzo.
Ma Amelia non provò imbarazzo, né vergogna o frustrazione. «Farai bene ad abituarti, Fiore, se vorrai lavorare per la mia famiglia. Mia madre avrà comprato il tuo silenzio, certo, ma io non voglio che i soldi ti tolgano la parola e la libertà di espressione: se hai formulato già un’idea sul mio aspetto, gradirei esserne messa al corrente.»
«Non saprei...»
«Sii onesto.»
Fiore maledì suo nonno, seppur l’avesse pianto sino al pomeriggio passato: il vecchiaccio, non era stato onesto affatto.
«Ebbene, Fiore?»
«La trovo incantevole, signorina Amelia.»


Il maggiordomo Graziano aveva avuto il piacere di scortare il nuovo parrucchiere fuori dalla villa. Lei, la dama del castello, osservava il vialetto dalla sua torre e ponderava, seguendo con le dita i segni che la pioggia lasciava sulla finestra.
Corse al tavolinetto da tè e agguantò il cordless, componendo di corsa il numero privato di Graziano: «Riportalo qui.»
Dovette solo aspettare una manciata di minuti per trovarsi di nuovo nella stessa stanza col parrucchiere. Il maggiordomo, esaurito il suo scopo, si mimetizzò con la tappezzeria e rimase in silente ascolto.
«Vai oltre quell’arco, segui il corridoio. Nel bagno troverai un carrellino con una bacinella e tutto ciò che può servire alla tua professione.»
Fiore scattò, lasciando la tracolla e la borsa dei ferri sul primo divano, e racimolò in fretta e furia tutto ciò che sarebbe servito. Aveva la sensazione che a giudicarlo non ci fosse una ragazza un po’ snob, ma il diavolo in persona.
Posizionò la bacinella con l’acqua dietro la sedia su cui lei aveva già preso posto e iniziò a lavarle i capelli sotto attento ed eterno scrutinio del maggiordomo.
«Ha già un’idea sul taglio?» domandò, facendo attenzione a non farsi accorgere mentre spiava i suoi lineamenti. Amelia negò col capo, e lui sfruttò la sua distrazione per osservarla ancora.
Le cicatrici, seppur profonde e ancora giovani, non gli avevano dato l’idea di mostruosità che suo nonno, in buonissima fede, aveva suggerito quando aveva per la prima volta descritto l’aspetto della signorina Pontecorvo. Le lievi ammaccature sulla fronte erano sapientemente occultate dai riccioli, e nello spostarli per doverli lavare, Fiore contò numerosi tagli e ferite su tutta la parte destra della tempia. Incuriosito e guidato dalla più grossa tra le cicatrici, serpeggiò con gli occhi lungo il volto della signorina. Giunto al mento, i suoi occhi gocciolarono giù per il collo della signorina Pontecorvo: arrivato alla scollatura si fermò, insospettito dalla mancanza di bretelle di un eventuale reggiseno. Non volle investigare se l’intimo fosse stato omesso per pigrizia o trasgressione.
Il maggiordomo stirò il collo: «È un tipo silenzioso, signor parrucchiere. O qualcosa la turba?»
«Non sono affatto silenzioso, purtroppo, ma oggi è il mio giorno di prova e voglio fare una buona impressione.»
«Ammirevole,» mormorò Graziano, ritto sulla schiena, più impettito del maggiordomo della regina d’Inghilterra. «Ha detto di trovare la signorina Amelia incantevole. Oppure?»
«È così.»
«Le sue ferite non le dispiacciono?»
Amelia cercò gli occhi di Fiore nello specchio che lui le aveva posto davanti, sul carrellino.
«Mi dispiacciono, ma mi dispiacciono in senso più comune, mi capisce signor maggiordomo? Le ferite ci sono, e se ci sono significa che devono restare.»
«Giustifichi questo suo pensiero.» Graziano ammorbidì le spalle, ma il cuore si indurì in egual misura.
«Come dire,» ragionò Fiore, applicando lozioni e balsami ai corposi ricci, «sono un po’ fatalista, sarà questo. Non voglio dire altro, perché potrei straparlare e offendere.»
Amelia respirò, poi disse: «Non offenderai. Vorrei dire che ho la pelle dura, ma è stato già comprovato il contrario. Sono resistente, mettiamola così.»
«Io credo che se la signorina Amelia è in queste condizioni, significa che è destino che lo sia. Parlo da persona che non ha nessun problema, sia chiaro, parlo quasi con la presunzione di chi sta benissimo ed è in forma. Però, ecco, io penso che ognuno debba imparare a convivere con ciò che è o è diventato, malattie e disgrazie incluse. Se domani mi cadessero le mani e non potessi più fare il parrucchiere ne soffrirei, moltissimo, ma ci sarebbe poco da fare: destino.»
«Visti i temi trattati, uscirò per un attimo dal mio ruolo ed esprimerò il mio, di pensiero,» ribatté il maggiordomo: «Il destino è una sciocchezza. Il destino è una scusa comoda per chi non ha i mezzi o le facoltà di governare la propria vita. Un semplice intervento di chirurgia plastica potrebbe ridonare alla signorina Amelia la sua passata bellezza, il suo splendore, e le permetterebbe di godere della giovinezza all’esterno e nella civiltà, anziché nell’ottenebrante silenzio di questa villa. Non c’è destino, solo la pigrizia di chi si arrende alla vita.»
Amelia non rispose a nessuno dei due, e lasciò che la discussione cadesse, ascoltando solo il ronzio prodotto dal cervello di Fiore, che ancora faticava e si industriava per ribattere a chi aveva offeso, senza curarsene, il proprio credo e ciò su cui basava la propria vita.
«Me li sai tagliare come faceva tuo nonno?»
«Sì, certo,» sorrise lui, cercando le forbici nella borsa. Le trovò, e assieme a loro il coraggio di dire ancora una volta la propria: «Che ne dite, signorina Amelia, se diamo la possibilità al vostro viso di respirare un po’? Mio nonno, pace all’anima sua, ha imparato la professione tosando pecore in Puglia. Io sono un parrucchiere di professione, e con capelli belli come i suoi non posso resistere alla tentazione di proporre qualcosa di più giovanile.»
Il maggiordomo scosse il capo e tentò di metter becco.
Ma Amelia fu più veloce: «E sia, Fiore. Mi affido alla tua visione di professionista: è ora di finirla di nascondersi dietro ai miei capelli.»
Lui strinse le forbici, soffocò l’istinto di voltarsi e far la linguaccia al maggiordomo, e si dedicò anima e corpo alla sua cliente speciale. Avrebbe cominciato da lì, dai ricci, e poi l’avrebbe aiutata a buttar giù tutte le altre barriere che le avevano costruito attorno.

FINE (ma c'è dell'altro, continua a leggere.)


Analisi tarocchi

Grazie per aver letto questo racconto!

La storia è frutto di un gioco che ho fatto coi miei lettori e lettrici su Instagram e Facebook. Ho dato loro la possibilità di scegliere cinque numeri che avrei usato per estrarre dei tarocchi su cui basare una storia originale. Se sei curioso e vuoi partecipare, puoi seguirmi sui miei canali social per non perderti altre novità e iniziative simili!

Di seguito fornirò una breve analisi dei tarocchi estratti e cercherò di chiarire come li ho interpretati per dar vita a questo racconto!

IX of CupsCom'è facile intuire, questa è una delle carte che ha messo in moto gli ingranaggi che hanno generato questa storia. Si tratta di una persona sfigurata, anche se, in questa particolare interpretazione, ho omesso la rabbia intrinseca nell'espressione del tarocco e ho solo usato il suo significato visivo più apparente, ossia le ferite, "donandole" alla protagonista del racconto.
V of WandsQuesto tarocco è molto bello, e ne ho sottovalutato molto il potenziale. Le persone che circondano il fuoco rappresentano la famiglia della protagonista; quella fiamma è proprio Amelia, colei che vorrebbe bruciare vivissima di vitalità, ma è invece controllata e circondata dai membri della famiglia che, nella storia, sono avvolti nel mistero e si comportano né più né meno da ombre.
Ace of PentaclesAncora una volta abbiamo qualcosa che brucia, un tarocco che mi ha comunicato l'idea di un conflitto ma anche della sua risoluzione. Questa carta indica, nella storia, la differenza di idee tra il maggiordomo e il parrucchiere, il loro scontro e la passione con cui difendono i propri ideali.
II of WandsIl tarocco parla da sé. Le forbici sono il simbolo del parrucchiere, ma sono anche il simbolo del cambiamento e del "taglio" col passato. Non è un caso che la professione di parrucchiere sia stata la prima a venirmi in mente durante lo sviluppo della trama: serviva un personaggio che potesse rappresentare, metaforicamente e non, il taglio netto della protagonista con le sue paure e insicurezze.
King of WandsPer ultimo, ma non meno importante, il tarocco dedicato al maggiordomo. La carta comunica sensazioni molto negative, può dare l'idea di un personaggio doppiogiochista. Il maggiordomo è, nel racconto, colui che mette in comunicazione madre e figlia della famiglia Pontecorvo, due entità che altrimenti non entrerebbero mai in contatto. È un personaggio essenziale, perché resistendo al cambiamento, opponendosi alle idee e al "piano" del parrucchiere, mette in risalto molti elementi del racconto. Può sembrare il classico personaggio detestabile, ma è chiaro quanto lui tenga alla protagonista e questo ci fa capire le ragioni che lo spingono ad apparire così possessivo.

Piccola nota: Questo racconto, in fase di programmazione, aveva tanti elementi che non ho voluto incorporare nella stesura finale perché avrebbe allungato moltissimo l'opera. Il maggiordomo avrebbe svolto un ruolo molto più interessante e cruciale, rendendo chiarissima la propria visione della situazione di Amelia e, per la sorpresa di qualcuno, avrebbe anche fatto rivelazioni importanti. Come lui, anche la protagonista e il parrucchiere avrebbero avuto più tempo per conoscersi, e tra alti e bassi avrebbero dovuto, assieme al maggiordomo, raggiungere una sorta di equilibrio finale. La storia, nel suo formato ristretto, rende benissimo l'idea di ciò che volevo comunicare, seppur abbia deciso di semplificarla.

Grazie ancora per aver letto questo racconto e la mia interpretazione dei tarocchi! Se vuoi commentare o dirmi qualcosa, puoi farlo sotto il post del racconto, su Instagram o Facebook, oppure mandarmi un messaggio privato.

Alla prossima avventura assieme!