Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Il giardiniere di villa Königsmann

La disciplina è essenziale per ogni cosa, nella vita. Dalle ferree regole da tenere a cena, alla gentilezza e il rispetto con cui ci si rivolge ai propri genitori, sino alla cura di un roseto. E Horst Blumenthal, che del far la barba a vecchie siepi e addolcire le chiome degli alberi più discoli aveva fatto un mestiere, sapeva bene a che rischi sarebbe andato incontro se avesse permesso all’estro di governare la sua mano. Non voleva scoprire di quali orrori sarebbe stato spettatore se le forbici da pota fossero state pervase dalla fantasia birichina di tutti quei giardinieri artisti che lui riteneva indegni.
Alla villa dove avrebbe dovuto prendere servizio lo aspettavano alle dieci del mattino. La magione, che sembrava non aver visto né patito gli orrori della guerra, sorgeva nella conca naturale tra due colli imbrattati d’autunno: un boschetto denso di lunghi alberi dal tronco affilato le faceva da cornice e l’abbracciava con mani affettuose fatte di nebbia e sospiri gelidi.
Horst smontò dal suo sidecar e approcciò il cancello in ferro battuto. Una delle ante cigolò e si aprì spinta da uno sbuffo di vento che si permise pure di scompigliare i capelli del giardiniere, scambiandoli forse per spighe di grano maturo. Abbassò di poco la testa per non urtare l’arcata, più per cautela che per necessità, e traversò il cancello. La villa, vista da vicino, sembrava ancora più vasta e incredibilmente antica. Per un attimo si pentì di aver parcheggiato il sidecar fuori dalle mura: lo aspettava una passeggiata lungo un vialetto di ghiaia che spaccava a metà esatta un vasto terreno su cui crescevano alberi sparuti.
Quando giunse al portone, suonò il campanello e si aspettò che un qualche maggiordomo aprisse. Sapeva di essere in perfetto orario e sapeva, o così gli era parso di capire, che il proprietario della villa fosse altrettanto attento alle formalità.
«C’è qualcuno? Sono Blumenthal, il nuovo giardiniere!» chiamò mentre sbirciava a destra e sinistra. Gli parve d’essere osservato, ma dalle superbe finestre non traspariva nulla se non tende a doppio velo color porpora e oro.
Indispettito, girò l’angolo e camminò verso il retro dell’edificio, seguendo con gli occhi le finestre e i maestosi lavori di muratura che erano stati eseguiti per dar risalto ai davanzali delle finestre, alla modanatura che separava i piani sino alla gronda ricca di fronzoli.
«Oh, ben arrivato, signor Blumenthal!»
Lui girò di scatto il capo e si pentì amaramente di aver curiosato così a lungo le privatezze della villa, seppur queste fossero del tutto esposte per il piacere degli occhi. Quel piacere, unito a quello dell’impertinenza, rappresentava un pericolo: non voleva che gli altri lo pensassero invadente.
«Buongiorno, ero convinto che—» si bloccò, turbato dalla vista della sua singolare interlocutrice. «Dov’è papà? È stato lui a mandarmi la lettera, dico bene?»
«No, sono stata io, a nome suo.»
«Signorina, non è saggio fare—»
Lei alzò la mano e cancellò il sottile risolino che aveva tenuto sul volto sino a quel momento. «Sono Iris Königsmann, signor Blumenthal, ed è un piacere fare la sua conoscenza. È stato chiamato per occuparsi del giardino, proprio questo,» allargò le braccia e girò su se stessa.
«Signorina Königsmann, gradirei parlare con suo padre, il signor Königsmann,» insistette Horst, pur consapevole che la forma del suo viso e le sopracciglia folte e sempre aggrottate avrebbero impaurito la creaturina; non poteva farci nulla, il suo aspetto creava sempre problemi coi più piccoli.
Iris però non ci badò, e continuò a fissarlo senza paura. Aveva occhi più verdi del primo germoglio di primavera e il capo ornato di capelli color marmellata di more. «Cosa vogliamo fare, signor Blumenthal? Io devo recarmi nelle mie stanze a istruirmi, lo sa? Gestire una villa non è affare per tutti, gestirla in momenti complicati come quelli che sta vivendo il nostro paese è ancora peggio! Mi addolora dover dipendere dagli americani per così tante cose.»
«Io davvero non capisco,» mormorò lui, faticando a non mancare di rispetto alla bimba che giocava a fare la padrona di casa, «dove sono i tuoi genitori?»
«Ci sarà tempo per darsi del tu, ma non subito! Per carità, signor Blumenthal, continui a darmi del Lei, non voglio passare per una signorina di facili costumi!» e rise, portando con eleganza la mano inguantata alle labbra. «Ora devo proprio assentarmi. Oggi può iniziare col potare un po’ le siepi attorno alle statue, laggiù. Badi bene a dar loro una forma che sia decorosa e che si intoni con le figure in questione. Niente spigoli, solo forme tonde, sia chiaro: i bei fisici di quegli eroi greci e i seni delicati delle dee lo richiedono.»
Così dicendo, la giovane padrona di casa se ne andò. Sorreggeva la gonna del vestito per far sì che non si bagnasse di rugiada e camminava con passetti misurati e composti, proprio come una signora dell’alta borghesia. Horst la seguì con gli occhi, curioso e meravigliato: non poteva credere che una bambina di quello che lui reputò un decennio di vita lo avesse già messo in riga.

Horst sopportava benissimo il freddo. Tempi meno pacifici lo avevano abituato a stare all’addiaccio, dove si era più volte domandato se fosse stato colpito da un proiettile o solo una raffica di vento. Meditò che non fosse saggio rivangare il passato. Dedicò tutto se stesso alle siepi e ai cespugli di fiori immortali che circondavano bellissime statue di marmo bianco.
Un brivido di gelo gli serpeggiò lungo la schiena e lo irrigidì. Girò di poco il capo oltre le spalle e colse un guizzo, un movimento rapido: la padroncina della villa lo sorvegliava dalla sua finestrella al primo piano. Lui salutò con un cenno cordiale e lei accentuò quello che già era un bellissimo sorriso.
Horst tornò poi al proprio lavoro, a metter le mani nella terra e tra le erbacce, ma continuava a sentire la presenza della signorina Königsmann, gli sembrò addirittura di odorare la fragranza di fiori e frutta che faceva il suo abito.
Ancora una volta si girò. Ancora una volta lei lo fissava dalla finestra. Accadde più volte, sino a quando Horst non si rese conto che il sole voleva sopirsi e che la giornata sarebbe presto finita. Mise tutti gli attrezzi nel proprio sacco e se lo caricò sulle spalle. Un bussare leggero e costante guidò la sua attenzione alla finestra del primo piano. Quando alzò la testa, l’anta fu aperta e Iris si sporse appena.
«Signor Blumenthal! Ho un’urgenza, ho davvero bisogno che venga qui ad aiutarmi.»
«Di che si tratta, signorina Königsmann?»
«Oh, signor Blumenthal, vuole forse che sciolga i capelli per invitarla a salire? Le basti sapere che la principessa ha bisogno di un cavaliere. Non mi faccia aspettare.»
«Non ho tempo per giocare, signorina, devo davvero—»
Lei batté le mani sul davanzale. «È forse sordo, signor Blumenthal? Se non è sordo, allora devo supporre che la mia presenza la infastidisca in qualche modo. È la mia età?»
«Non nego che sia così: non si è mai sentito di una così giovane proprietaria di un terreno di questa dimensione.»
Iris abbozzò un sorriso, «se n’è sentito parlare eccome, caro signor Blumenthal. Ora accorra, ne va della mia dignità!»
Horst si affrettò al portone. Non conosceva nessuna parola in grado di esprimere le meraviglie contenute nell’atrio della villa. Si obbligò a tener la testa bassa, a non spiare nessun quadro, nessun ritratto, nessun suppellettile e nemmeno gli intagli superbi lungo il corrimano della scalinata. Fissò solo i gradini e i propri piedi sino a quando non intravide l’ombra della padroncina in fondo al corridoio. Drizzò il capo, ma era già tardi: sparita.
«Sono qui, entra pure,» disse lei, facendo sbucare la mano da una delle tante porte.
Horst si affacciò in quella che sembrava la camera da letto della signorina Königsmann.
«Per piacere, si copra,» suggerì subito lui, mentre allontanava lo sguardo dalla pelle di velluto di chi non sapeva cosa fosse il pudore.
«L’ho chiamata proprio per questo,» borbottò lei, e si concesse il lusso di mostrarsi bambinesca. «Deve aiutarmi a scegliere che abito indossare per la cena di stasera. Avrò ospiti, dovrò essere perfetta o si faranno una pessima idea di me. Voi uomini avete questo problema, caro signor Blumenthal: una volta conosciuta una donna la imprimete nella vostra mente come si fa in una fotografia. La vostra foto però è vivida, colorata, non a immagine della realtà vera ma di quella che voi preferireste per lei. Sbaglio, forse? Lei che immagine ha di me, signor Blumenthal?»
«Nessuna immagine.»
«Sciocchezze. Sia onesto.»
«Lei non è una donna, signorina, non ancora. Non posso fotografarvi affatto; voglio conservare, al massimo, il ricordo di una bambina gentile e a modo quando andrò a letto stasera. Adesso si copra.»
«Perché tanta austerità?» sibilò lei, avanzando nella camera.
Horst notò delle candele accese, numerose candele poggiate su ogni superficie, su ogni singolo ripiano lasciato libero. Si sconvolse nel non averle notate prima. Le fiammelle bruciavano con serenità, il gelido spiffero che si insinuava dalla finestra non le disturbava affatto.
«Vado via, signorina Königsmann.»
«Mi hai fotografata, Horst?»
«Arrivederci.»
Si affrettò a lasciare la villa e quasi incespicò sui gradini. Dimenticò pure il portone spalancato, ma non sarebbe tornato a chiuderlo: voleva solo saltare a bordo del sidecar e bere una birra prima di buttarsi a letto.

Tre volte a settimana lavorava alla villa dei Königsmann. Tre volte a settimana la bambina dalle pelle di neve e le guance di fragola lo teneva d’occhio dalla finestra. Tre volte a settimana Horst meditava di lasciare quel lavoro.
Anche quella sera d’inverno si appisolò accompagnato da una birra. Stirò il braccio per spegnere la luce e quando la lampadina smise di tingere ogni cosa di giallo, fu il turno della notte di prendere in mano i pennelli. Horst chiuse gli occhi. Le tonalità che il suo privato mondo dei sogni assunse non gli piacquero affatto. Il cuore scalpitava ricordandogli il motore vecchio e scarburato del suo sidecar; l’odore però non era d’olio e benzina bruciata, ma di fiori di campo, di vaniglia, di marzapane. La vide spuntare dalla porta della sua stanza, vestita com’era lo stesso giorno del loro primo incontro: esclusivamente della propria pelle.
Indietreggiò, si rannicchiò nel letto e tentò di parlare, di cacciarla, di intimarle prudenza. Ma lei avanzava, e lui penava con la bocca sigillata e incapace pure di muoversi. Iris Königsmann poggiò le piccole mani sul bordo del letto, vi salì e gattonò verso l’uomo irrigidito. I capelli mossi le scivolarono lungo le tempie, sulle spalle, sulle schiena. Horst non aveva ossigeno. Era un incubo. Un infame e maledetto incubo. Serrò le palpebre e affrontò quel sogno infame, consapevole di quanto la sua mente fosse debole per via dell’alcol e l’assenza del calore di una donna. Eppure un tepore riuscì ad avvertirlo, la sua mano sfiorò qualcosa di soffice e vivo. Non avrebbe aperto gli occhi.
«Va tutto bene, signor Blumenthal. Si rilassi.»
Voleva rispondere di no, ma ciò che gli uscì dalla gola fu un urlo di puro terrore.


L’indomani zompò dal letto di corsa e si andò a infilare sotto la doccia gelida con tutte le mutande. Ebbe vergogna di sé e della propria debolezza: doveva cancellare ogni traccia della notte piena d’incubi.
Una volta rinfrescatosi prese tra le dita l’orologio e fissò le due lancette come se non esistesse altro nell’intero universo. Sapeva bene di essere in ritardo di tre ore, sapeva più che bene che l’appuntamento per pulire il cortile dalle foglie secche era stato fissato per le otto e mezza. Non gli importava, conscio che la prossima volta che si sarebbe presentato alla villa dei Königsmann sarebbe stato per congedarsi dal suo impiego di giardiniere.
«Signor Blumenthal, è in casa?»
Lui poggiò una bottiglia vuota sul tavolo e asciugò la bocca con la manica della blusa. «È il lattaio?»
«Sì, signore.»
«Lasci una cassetta vicino la porta, i soldi sono sotto lo zerbino.»
«Le devo dire due parole, signor Blumenthal.»
Horst si massaggiò la mascella squadrata e spigolosa, avvertì sotto i polpastrelli il pungere della trascuratezza a cui si era abbandonato. «Di cosa si tratta? Sono sicuro che se ne può discutere pure attraverso la porta.»
«Malelingue, signor Blumenthal,» tossicchiò il lattaio, «in paese si parla spesso di lei e del suo nuovo lavoro. Sono brutte voci, signore, ma io non voglio crederci perché la conosco, siete stato in guerra.»
«Non vado fiero di quel periodo della mia vita.»
«Fiero o no, io non sopporto che si dicano certe cose di lei!»
Il giardiniere, ormai incuriosito e un po’ esasperato dall’insistenza del lattaio, aprì la porta. «Sentiamo: di cosa si tratta?»
«Le donnacce pensano che lei voglia entrare nelle grazie della giovane Königsmann, della strega, come la chiamano tutti, così da poterla poi sposare quando sarà in età e avvantaggiarsi della rendita. È pazzia.»
Horst contrasse ogni muscolo pervaso da spasmi terribili. La faccia gli si colorò di rosso e il lattaio iniziò a dubitare di aver fatto la scelta giusta nel raccontare quei pettegolezzi.
«Signor Blumenthal, sono chiacchiere di paese, non—»
«Chi è stato!?»
«Non posso fare nomi, signore!» il lattaio levò le braccia al cielo. Si massaggiò la nuca e cercò in tutti i modi di tenere il capo fissò ai piedi dell’omone.
«Chi può permettersi di dire cose del genere? Sposare una bambina! Cosa passa per la testa della gente? L’influenza d’oltreoceano sta distruggendo i valori del popolo tedesco!»
«Si calmi, signore, tanto sono—»
«Se ne vada, che ho da fare!» ruggì Horst, e agitò le mani per dar spettacolo della propria furia.
Il lattaio prese i franchi da sotto lo zerbino e sgambettò giù per la via, pronto a correre in paese a raccontare come aveva reagito il gigante solitario alle accuse delle casalinghe più agguerrite.

Horst però aveva davvero da fare. Nel primo pomeriggio si presentò alla villa, permettendosi persino di parcheggiare il sidecar di fronte al portone principale. Fissò il campanello e iniziò, in preda alla frenesia, a pigiare ripetutamente il tasto. Nessuno si affacciò. Imbufalito, girò attorno alla villa e cercò la finestra al primo piano. L’immagine vivissima del candore di Iris lo schiaffeggiò a sorpresa. Rivisse l’odore di quelle candele, le stesse che ricordò di aver scorto, seppur per un istante, nei suoi incubi. Si massaggiò le tempie e puntò di nuovo gli occhi infossati verso la finestra: lì la vide, gioiosa.
Dovette aspettare solo il tempo che lei corresse giù per le scale a perdifiato.
«Horst!» sbucò da una porticina e gridò, tra le risa. Si ricompose: «Signor Blumenthal, è in ritardo! È già pomeriggio, non ci sarà il tempo di mettere tutto in ordine! Guardi quanti rami e foglie secche ha portato il vento stanotte, è incredibile.» Iris rallentò la chiacchierata sino a fermarsi. Inclinò di poco il capo e spiò, dal basso della sua statura, lo sguardo serio e a tratti amareggiato del giardiniere. «È successo qualcosa, signor Blumenthal?»
«Mi licenzio, signorina Königsmann. Può tenersi i soldi di questa settimana, se necessario, e mi scusi per il poco preavviso.»
«Non c’è stato alcun preavviso, infatti! Quando lo ha deciso?»
«Tra una notte e l’altra,» sussurrò, timoroso che la memoria di quel sogno tornasse.
«Perché non ne parliamo di fronte a un tè?» suggerì Iris, nonostante il tono fosse indubbiamente quello di una minaccia.
Horst scosse il capo e rifiutò. Poi, di sua sponte, il piede destro fece il primo passo, e il sinistro si prese d’invidia e lo seguì. Senza aver potere sulla propria volontà, si riconobbe spettatore di quella scenetta tragica: seguiva la signorina Königsmann senza battere ciglio e senza mai staccarle gli occhi di dosso.
«Mi aspetti nella mia stanza per la lettura, in fondo a destra,» mormorò lei, e indicò con la mano inguantata di nero una porta di legno massiccio.
Lui annuì controvoglia, e raggiunse la camera che gli era stata indicata. Tra pile e pile di volumi centenari, tra gli scaffali delle librerie e persino per terra tra tappeti vistosi e bellissimi, Horst contò centinaia di minuscole candele, tutte accese e tutte a brillare con le loro fiammelle. Si avvicinò a una e soffiò per spegnerla, ma la candela non gli diede affatto retta e continuò a bruciare. Provò a stringerla nel pugno, essendosi messo in testa di doverla quietare, ma dei passetti veloci lo fecero trasalire.
«Non tocchi le candele.»
Lui rimise le mani ai fianchi e osservò la padroncina della villa. «Non ci sono altri servi? Solo io?»
«Di chi altro dovrei aver bisogno?»
Horst soppesò le prossime parole, ne andava della sua stessa vita: «Lei non sembra davvero una strega, signorina Königsmann.»
«Strega? Che sciocchezze! Cosa l’avrebbe indotta a pensare una cosa del genere?»
«Nulla.»
«Ah, temo di aver compreso,» sogghignò, ma solo per nascondere un imbarazzo sempre più visibile. Arrossì sino alla punta del naso grazioso e camminò verso di lui. «Si sente sedotto da me? È per questo che crede necessario darmi della strega tentatrice?»
«Non dica oscenità, signorina Königsmann, non mi sento affatto sedotto. Da chi, poi, una della sua età?»
«La mia età?»
«Lei è una bambina!»
«E se fossi realmente una strega mascherata da creaturina innocente cosa farebbe, signor Blumenthal? No, non risponda. Non serve. Lei non farebbe nulla, non potrebbe più guardarsi allo specchio, poi. È più facile convivere col ricordo delle fucilate e dei mortai, col fischio dei bombardieri a volare sopra il capo, con le budella degli amici con cui giocava a nascondino tra le mani e nuvole di sangue a saturare l’aria. Quello è stato per una causa sana e sacrosanta, così dicono e così si ripete tutt’oggi lei. Ma ciò che lei vorrebbe fare, che vorrebbe farmi, nessuno le ha insegnato a giustificarlo.»
«Zitta! Sei una strega. Una strega!» ululò, mentre si copriva la faccia pur di non fissare la piccola creatura.
Ci fu silenzio. Quando abbassò le mani, Iris era sparita. Le candele avvamparono improvvisamente e Horst cercò una via di fuga, convinto che le fiamme sempre più feroci lo avrebbero presto inghiottito. E lo fecero: lo mangiarono, da capo a piedi e senza soffermarsi per chiedere il permesso.

Il corridoio di pietrisco tra gli alberi del cortile brillava di luce propria. Pulsava e la sua radiosità colpì Horst in pieno petto: l’unica via di salvezza. Ricordava di aver lasciato il sidecar accanto al portone della villa, ma del suo amato mezzo non c’era traccia. Doveva andarsene. Non gli passò per la testa di domandarsi perché volesse fuggire con tanta foga, né quali fossero le ragioni del suo tremore e del groppo alla gola. Provò a prendere un respiro e invece tossì, la bocca pastosa e il petto pesante.
Accompagnato dal tramonto rosso sangue, iniziò a correre verso il cancello di ferro battuto. A ogni passo il vento crebbe di intensità e quando lui fu sul punto di raggiungere l’anta che oscillava ferocemente, mise il piede in fallo e scivolò. Strisciò verso l’uscita, lottò sino alle lacrime contro il vortice che minacciava di ancorarlo al suolo e schiacciarlo sino alla morte.
Alzò il volto rigato dalle lacrime verso il cancello e vide invece il portone della villa. Urlò di rabbia e la bufera digrignò i denti assieme a lui, crebbe sino a circondare l’intera struttura, la sua collera insaziabile si manifestò nelle fattezze di una colonna di detriti e fogliame che turbinava attorno alla magione.
Horst si strofinò gli occhi, sbalordito da ciò che aveva di fronte: tonnellate di candele, di cerini, di fiammelle che bruciavano nel grigiore. Ignoravano il vento, anzi, sembravano nutrirsene e alimentare il loro fioco bagliore. Ne contò decine e decine sui davanzali delle finestre, ai capitelli delle colonne ornamentali del portico, tra l’erba, sui gradini, accanto al portone. Ovunque.
Batté di nuovo le palpebre e il portone si spalancò con rabbia. Un urlo straziato provenne dall’interno e riecheggiò sino in paese.
«Iris!» Horst si dimenticò di ogni cosa, del sidecar e del volersi licenziare. Capì solo che doveva correre nell’unica direzione che per lui aveva senso seguire.
Si lanciò nella villa e il massiccio portale si sigillò alle sue spalle. Diecimila candele sussurravano parole straniere, mormoravano in una lingua di un’altra epoca e forse di un altro mondo. Horst avanzò, si fece spazio coi piedi sul tappeto di lumini, spappolò la cera sotto i propri stivali da giardiniere e si arrampicò, a quattro zampe, lungo la scalinata che conduceva al primo piano.

Non aveva di che meravigliarsi. Lei era lì, a terra, e si stringeva la caviglia con entrambe le mani. Una goccia d’argento le corse via dagli occhi e si insinuò tra le rosse e lucide labbra dischiuse. Horst trepidò: mai avrebbe sognato di vederla così indifesa, mai avrebbe temuto di scoprirsi così pronto a violare i suoi stessi precetti.
«Sei tornato, signor Blumenthal. Per me!»
Horst tentennò. «No, io...» si morse le labbra, mise le mani ai capelli di paglia e ansimò: «Devo andarmene. Tu mi hai fatto qualcosa. Che mi hai fatto!?»
«Non rammenti?»
«No, io—» poi ricordò: gli gelò il sangue nelle vene. «Sei una strega!»
«Sì, lo sono, contento? E tu vorresti scoprire ancora di più di me, ogni cosa, non negarlo!» rise diabolica. Si alzò e avanzò verso Horst in punta di piedi.
«Stammi lontano!» guaì, disperato.
«Non puoi più resistere, vero?» sogghignò e gli poggiò una mano sul petto. «Dev’essere orribile tenersi tutto dentro, poverino. Perché non ti lasci andare, proprio come nei tuoi sogni? Non stai bene ogni volta che ti svegli? Non ti senti più vuoto?» lasciò scivolare la mano sino alla cintola del giardiniere.
Lui la spinse. «Non mi trarrai in inganno coi tuoi sortilegi, demonio!»
«Accetta la realtà, Horst. L’intero paese pensa già che tu mi abbia fatto qualcosa di poco raccomandabile, no? A che scopo frenarsi a questo modo? Usami.»
Lui scoppiò in lacrime, allo stremo. «Sei una bambina...»
«Sì, ed è l’unica ragione per cui sei ancora qui.»
«Non cederò mai!»
Il vento ululò assieme a lui e la finestra alla sua destra esplose, colpita da un ramo spezzato che finì in mezzo al tappeto. Le schegge di legno e i frammenti di vetro danzarono sorretti dalla bufera, dal turbine ghiacciato che si infilò nella camera e agitò le fiammelle di tutte le candele.
Horst cercò Iris tra lo sfacelo, e per la prima volta si concesse di osservarla senza che la mente si intromettesse. Il modo in cui la sua anima la vedeva, dalla guance piene di vita, ai capelli meravigliosi e ondulati come un mare nero, al corpo piccolo e i modi eleganti, era sbagliato.
«Horst, che stai facendo?» sussurrò Iris, oscurata dall’ombra titanica di lui. Notò il pezzo di vetro nella sua mano.
«Mi dispiace, Iris.»
Si scagliò su di lei e piantò la scheggia di vetro nel suo cuore. Una macchia rossa diede colore all’abito altrimenti pallido, accese di scarlatta vivacità i merletti altrimenti smorti.
Il vento cessò improvvisamente. Le candele si spensero. Horst rimase immobile. Reggeva Iris Königsmann tra le mani e la cullava nella speranza che si addormentasse presto. Lei singhiozzava, tossiva, le labbra umide di morte, il petto che si sgonfiava e gonfiava a ritmo incerto.
Aspettò che lei morisse. Aspettò. Quando Iris spirò col suo bel sorriso sulle labbra, Horst orientò il pezzo di vetro verso la propria gola.
«La debolezza si paga con la morte.»


Analisi tarocchi

Grazie per aver letto questo racconto di Halloween 2020!
Di seguito fornirò una breve analisi dei tarocchi estratti e cercherò di chiarire come li ho interpretati per dar vita a questo racconto!

VII of WandsIndubbiamente il tarocco che più di tutti ha influenzato la storia. Le candele appaiono sempre, appaiono ovunque e sono il presagio più oscuro che si possa immaginare. In netto contrasto col loro signicato comune, di piccola luce che protegge dalle tenebre, qui rappresentano esattamente il contrario: la luce flebile e incerta che vuole spingerti a fare un passo nell'abisso.
The MeniscateUno dei tarocchi dedicato a Iris Königsmann. La sua faccia, sostituita da uno specchio, la voglio immaginare come un mondo in cui Horst è costretto a specchiarsi e in cui vede se stesso, la propria debolezza fatale.
VIII of CupsLa carta dedicata alla tentazione, all'essere strega di Iris. È stato molto difficile scrivere questa storia, sotto questo punto di vista, e immaginare questa bambina dagli atteggiamenti decisamente adulti è stato senza dubbio una bella sfida da affrontare.