Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Il gatto è morto

Attenzione: Il testo contiene scene di sesso e situazioni sessuali non convenzionali.

Situazione drammatica: Ostilità tra parenti, guerra familiare.

Il gatto di famiglia è morto. È più grave di quello che sembra, fidatevi. È così grave che ogni membro della famiglia Ricchi— li chiameremo così per evitare problemi— è stato costretto a tornare alla residenza principale. Tutti, eh: padre, madre, figlio, figlia. Non avete idea di cosa questo significhi, e onestamente neanche loro, ed è per questo che forse è il caso che per prima cosa ve li presenti uno alla volta. Siate pronti a tutto. Tutto.
“Il caso di un uomo che amava la moglie, ma poi lei è invecchiata.”
Di Donatello Ricchi non si descrive l’apparenza ma la sostanza, o meglio i gesti. E questi gesti sono più o meno sempre gli stessi: un lento e cigolante movimento pelvico per spingersi dentro e fuori dalla stagista. Di solito lei è prona sulla scrivania, ma non è nuda. Però non è così semplice, c’è tutto un rituale prima.
Donatello è metodico, tutto è scandito da una sequenza di azioni specifiche. Lavoro, affari, controllare che le spedizioni vadano bene e che i clienti paghino. La moglie e le sue carte di credito vanno pure controllate: a distanza, ma controllate. L’estratto conto deve essere sempre sul banco il venerdì alle cinque e quindici. Tutte queste operazioni, sesso incluso, vengono svolte nel suo palazzo privato, l’ultimo piano del grattacielo in cui ormai vive.
Donatello è metodico, sì, ma la stagista è peggio. Infatti vanno d’accordo. Lei, quando è il momento, varca la soglia in punta di piedi, massaggiati da calze parigine regalate da lui e comperate in un negozio a Milano a un prezzo esagerato, e volteggia ridente sino alla scrivania. È una danzatrice, come quelle che Donatello tiene imprigionate nei carillon in vetrina, dietro la porta dell’ufficio. Poi, e ci saranno vari poi, la stagista geme, una sorta di richiamo che funge da Viagra naturale; poi si inclina sul banco laccato, pianissimo, mentre lui le va dietro. Giuro che sembra l’accoppiamento di due gatti. Ma questo è tutto un preambolo: sono ancora vestiti. Poi lui le alza la gonna e cerca le mutandine. Devono esserci sempre. La ragione è semplice, un po’ perversa, ma molto semplice: lui vuole controllare. Le sfila la biancheria e la studia, la fissa, la annusa, a volte la pizzica con la lingua proprio lì dove il lino incontra la carne.
Ah, non illudetevi che sia solo lui quello un po’ sui generis! No, se facciamo così sbagliamo. Lei è come lui, garantisco. Infatti mentre lui ispeziona, lei freme: quel trepidare febbrile che ha sempre provato di fronte a uomini in posizione di potere. E la sua mente vola, le fa ricordare quei momenti alla lavagna mentre sfregava le gambe e si solleticava, mentre attendeva che il professore le dicesse di aver sbagliato i compiti. Bimba cattiva. Difatti lei, i compiti, li sbagliava con la meticolosità di chi sbaglia quanto basta per passare l’anno, ma anche per prendere un debito proprio in quella materia specifica. Specifica come la matematica. Ah, voleva essere redarguita proprio da quel prof e solo da lui: era il più severo e l’unico che si era permesso, dopo scuola, di sculacciarla sulle natiche nude. Lì, annusando gessetti e colonia da maschio, per la prima volta aveva sublimato il proprio desiderio: essere scossa da un orgasmo senza mani.
Scusate, non divaghiamo. Donatello a quel punto pone le mutandine su un piattino d’argento: l’analisi certosina degli aloni e delle macchie è conclusa. Poi, e solo poi, inizia l’atto convenzionale, riconosciuto da tutti gli altri esimi colleghi e le loro attendenti come “il sesso”.
Poveretto lui e poveretta lei, ignorano che tutto quel rituale e quel gioco di attesa è molto più sesso di una banale penetrazione, di uno sbattere veloce e scialbo di due corpi che sembrano due pesci appena pescati e buttati nel secchio. Infatti, l’atto riconosciuto si conclude nelle ultime boccate d’aria, visto che entrambi, a quel punto, sono così esausti e hanno tanto goduto da non potersi più reggere in piedi.
Ma non può andare tutto bene, non sempre. Difatti, mentre la stagista si riveste, mentre pondera quale sarà il momento migliore per domandargli se lui verrà alla sua festa per il diciottesimo compleanno, Donatello fissa il telefono.
«Porca puttana, è morto il gatto.» Lo mormora tra i baffetti, tra le guance che vibrano e fanno da cassa di risonanza al battere di denti. «Il gatto. È morto.»
«Signor Ricchi, dovrà torna—»
«È morto!»
«Sì, ma—»
«Ma lo capisci che è morto?! Cazzooo…»
«E cosa posso—»
«…ooo!»
Ed è vero che è morto. È vero perché Donatello ha fatto installare, alla quasi insaputa della famiglia, un affarino sul cuore del gatto che, connesso a un app, l’avrebbe informato della dipartita dell’amato animale.
«E ora che faccio?» Eccolo, guardatelo, si massaggia le tempie come se dovesse pulire una macchia d’ossido su un calice d’oro. «Ho mandato gli assegni, no? Sono inattaccabile.»
«Sì.»
«Dovrò tornare ugualmente.»
«Ma perché?»
«Mia moglie è a casa col gatto. Non è ammissibile.» E allora prende fascicoli, fogli, schedari interi e li butta sul tavolo. «L’avvocato. Ci vuole l’avvocato.»
«Certo.»
«E vestiti, per Dio! Vestiti, che goccioli ovunque e questa moquette—»
E poi sviene.
Un non così breve excursus nella vita “complicata” di due gemelli.
Ho detto complicata e non me ne pento. Cosa pensate se leggete vita complicata? Perché, fidatevi, qui le cose si fanno… vabbè, facciamo prima a parlarne direttamente.
I gemelli nascono assieme, ma non nascono propriamente nello stesso istante. Parto naturale, la signora Ricchi era in villa con tutta l’equipe e le tizie vestite quasi da suore in rosso col velo bianco che sembrava di stare in uno specifico romanzo distopico di una certa autrice.
Per prima spunta Lidia, dopo chissà quante ore di travaglio e complicazioni e forse pure un incisione laggiù che non era necessaria ma il dottore dice non si sa mai la facciamo tanto questa è scema e pure se è ricca mica ci denuncia. Poi, altrettante ore dopo, nasce Riccardo. Riccardo cade fuori quasi per errore, e quasi quasi lo dimenticano lì sul letto e lo buttano via assieme alla placenta e tutto il resto.
Guardate, giuro, nel caso di questi due è meglio che raccontino loro stessi. Saranno in camera da letto, sono sempre lì: vediamo che fanno.
Lidia sbuca da sotto le coperte, asciuga le labbra umide su un fazzoletto di seta e beve un sorso d’acqua e menta: manda giù dopo un paio di gargarismi. Pure Riccardo esce da sotto le coperte, asciuga abbastanza più in giù delle labbra e preferisce non bere.
«Voglio partire di nuovo, qui mi secca.» Dice lei.
«Ma siamo—»
«E vabbè, che ci fa? Dai. Qui ti piace?» Scende dal letto avvolta nel lenzuolo. Ve lo dico io, sotto è nuda, nudissima. «Se più tardi chiamo qualcuno ti scoccia?»
«No.» È una stronzata, ovvio. Gli secca così tanto che gli si innescano tutti i tic che ha in corpo. «Hai sentito papà?»
«Perché lo nomini? Perché? Sei cattivo.» Non esistono sintetizzatori per riprodurre le vibrazioni di quel cattivo. Pare che l’abbiano detto allo stesso momento sia Dio che il Diavolo. «Non si nomina papà, Riccardo. Stasera punizione, per te.»
«Va bene.»
«Quella punizione.»
«No!» Riccardo grida in un’occasione sola: questa.
Lasciamo che sia Lidia a spiegarci cosa intende: «Invito due miei amici e a turno mi fanno tante belle cose. Tu guardi. E se dal tuo cosino cade anche solo una goccia, chiamo altri due e continuo sino a quando non finiamo i soldi di papà.»
«Ma non…»
«Non finiscono mai, esatto.»
E questa è la situazione.
Ora, se devo essere onesto, mi sono focalizzato solo su dettagli un po’ spinosi, magari raccontare un po’ di vita ordinaria ve li farà apparire più tranquilli e morigerati.
Lidia, compiuti i diciotto, ha preso il fratello sotto spalla, tipo borsone della pallavolo, ed è partita. Tanto pagava papà. Racconta così al suo psicologo, che è durato due giorni perché poi hanno cominciato a fare sesso e Riccardo li ha sorpresi e lo ha praticamente ucciso. Praticamente significa che è vivo, per chiarezza. Sessualmente complessi, ma mica assassini!
E dunque, racconta lei: «Non ci voglio stare a casa. La mamma non fa niente, si mette solo i vestitini da moglie perfetta ed esce in balconata a farsi vedere dai vicini. Una mia amica, figlia di un’amica di mia madre, mi ha detto che le signore per bene vanno in un posto poco fuori città, dove ci sono dei tizi. Entrano tristi ed escono felicissime. Cosa accade lì dentro, secondo lei? Scopano. Mia madre è una zoccola e poi viene a rompere perché gioco con mio fratello. Se lei fosse stata normale lo sarei stata anche io, no? In ogni caso, papà è pure peggio. Cretino, eh, ma proprio un coglione. Si è convinto che se resta nella sua torre di cristallo niente lo può toccare. E intanto con noi ci deve parlare, ci deve dare i soldi. Nel mio caso lo faccio parlare con Riccardo. Ecco, sì, tanto per farle capire che sono lucida: Riccardo mica può essere davvero mio fratello, lo sa? La mamma è una vacca stupida e papà un coglionazzo con la testa a cipolla. Riccardo però è perfetto. Oh, è così, giuro. È perfetto e se non esistesse vorrei inventarlo io ma Dio santo fortuna che esiste. Fortuna! Io sono pure perfetta, ovvio, ma magari sono perfetta perché lui mi fa sentire perfetta. Cazzo, io con Riccardo ci voglio fare duecento figli.»
Dopo cena iniziano a litigare. Non si sa perché. Litigano in quella maniera lì delle coppie, tarata e perfezionata per essere meglio, o peggio, di una soap spagnola con il doppiaggio in ritardo di tre secondi.
«Ma io che ti ho detto?» Inizia sempre lei. Anzi, un po’ di giustizia: inizia lui standosene zitto e annuendo e basta. «Ti avevo chiesto di mettere le cose in un certo modo, su quei piccoli pallini neri che ho segnato sul tavolo.»
«Sono più o meno—»
«No! No, cazzo, perché se li metti anche un centimetro più in là non si vede bene e la foto viene una merda! Lo sai quante persone ci seguono?»
«Ci
Un sussurro: «Il profilo è pure tuo.»
«Sì, ma a me interessa solo cenare con te e—»
«La gente ha aspettative altissime. Altissime, Riccardo. Se ti faccio il segno lì, tu il bicchiere lo metti lì. Non vedi che è calcolato per prendere il riflesso delle nostre facce?»
«Si nota poco…»
«Poco
«Ho fame.»
«Riccardo, mi spezzi il cuore.»
Lui abbassa gli occhi sul cellulare. «Ah, cavolo: è morto il gatto.»
«Merda! E la collana dov’è? La mamma è in villa, no?»
«Sì.»
«Cazzooo…»
«Magari possiamo fa—»
«…ooo!»
«Rilassati, dai.»
«No, Riccardo mio, no.» Si asciuga le lacrime. «Ora che è morto, possiamo fotterci la sua collana e vivere per i fatti nostri. Dobbiamo tornare.»
«A casa?»
«Sì.»
Una moglie trofeo, un gatto (presto morto) e una villa da gestire.
Ahimè, la storia dedicata alla signora Ricchi è breve. È breve perché la signora Clarissa Ricchi, figlia unica di un certo politico invischiato in faccende brutte e di una figlia di banchiere combinato ancora peggio, è rimasta leggermente fregata.
Gli altri membri della famiglia fanno di tutto: perversione assoluta e senza freno e lei, invece, a malapena permette a un ragazzetto a caso un attimo di passione con una donna matura. Questi amanti la contattano via social e lei li istruisce sul da farsi cosicché nessuno sospetti.
Manda loro una foto del marito e chiede loro di travestirsi per assomigliargli il più possibile. Poi li manda da un concessionario di fiducia che fornisce un’auto di lusso sempre identica che, tutto il vicinato sa, appartiene al signor Ricchi. Quando poi giungono in villa è solo questione di spogliarsi ed eseguire la coreografia.
Il sesso è arido, terroso, desertico. Qualcuno dei partner ha la decenza di darle qualche bacio e una carezza prima di consumare. Altri, rarissimi, portano con sé lubrificanti, oli essenziali, vestitini e lingerie.
Tutto qui. Ah, peccato. Clarissa è rimasta intrappolata in quella villa dove è costretta ad addobbarsi e uscire nel vicinato per farsi vedere “moglie di un ricchissimo imprenditore”. È come quel telefilm che va avanti da secoli, dove gli attori non capiscono più se stanno recitando o se su quel set stanno vivendo la loro vera vita.
Clarissa Ricchi è così assorta nel proprio ruolo che non si è manco accorta che il gatto è morto.
La famiglia riunita.
Donatello Ricchi scende dall’auto. Lidia e Riccardo scendono dall’auto. Si guardano, forse si riconoscono. Loro più abbronzati, lui con la schiena più curva.
«Papà.»
«Figli.»
Il portone di casa è lì, ci sono solo svariati metri di giardino e statue e ciarpame ornamentale.
«Fate visita a mamma?»
Lidia drizza il capo. «Hm, sì.»
«Tu, Riccardo?»
«So che il gatto è—»
Lidia e Donatello si fissano. È una gara. Riccardo è immobile, fa da linea di partenza.
Clarissa è seduta al tavolo in salotto con due telefoni nelle mani e ottocento fogli sotto gli occhi.
«Sì, pronto, avvoca—»
«Moglie, metti giù quel telefono!» Donatello si lancia a pesce sul tavolo e ruzzola giù dall’altro lato trascinandosi appresso vasi e vasettini da un valore tale che da soli potrebbero rilanciare l’economia di uno stato in deficit.
«Mamma!» Lidia afferra la poveretta per le spalle e la scuote come una macchinetta dei preservativi che si mangia la carta di credito. «Mamma, il gatto non ha firmato un cazzo! La collana non è di nessuno ma siccome noi siamo gli eredi—»
«Taci, figlia infame!» Sbraita Donatello, rialzandosi da terra. Sputa cocci di ceramica.
Urlano tutti ed è diventato un po’ difficile tener conto di chi dice cosa. Se dovessi fare un breve riassunto direi che ognuno di loro vuole questa collana che il gatto portava al collo. Pure Clarissa, spenta e vuota, ha iniziato a scalciare e sorprendere gli altri con un discreto repertorio di parolacce e imprecazioni.
La guerra continua per qualche ora. La collana del gatto è posta su un centrino ricamato in mezzo al tavolo. Le grida salgono di volume: avvocati messi in mezzo, una sospetta firma su un foglio che attesta che la collana è di Donatello, ma poi di Lidia e Riccardo, infine di Clarissa.
«Mi sono rotto il cazzo di questa collana!» Il padre di famiglia batte il pugno sul tavolo come se fosse il martello del giudice. «E ho pure fame! Ma li avete presi gli aerei, di recente? Per Dio, servono della roba da mensa dei poveri pure sulle linee più grosse.»
C’è silenzio. Hanno smesso tutti di respirare, di muoversi. C’è solo la collana e tutti la fissano.
Clarissa schiarisce la voce, sbircia l’orologio. «Sono le undici. Ordino pizza?»
Donatello si avvicina al tavolo.
Sua figlia scatta in avanti e gli afferra il polso. «Non abbiamo ancora deciso niente! Il gatto ha firmato con la zampina e—»
La spinge via e ruba la collana dal centrino.
«Infame!»
La figlia gli urla appresso, ma Donatello corre verso il balcone che dà sullo strapiombo, verso la città.
La pizza è arrivata.
Clarissa riconosce il ragazzo, ma non dice niente, dopotutto è uno di quelli che l’ha rispettata usando il gel lubrificante e le ha pure fatto i massaggi after sex.
Lidia e Riccardo si tengono per mano e questa volta non è sotto il tavolo. Gli anelli in vista.
Donatello sospira. Solo un sospiro.
«Papà?» Lidia ridacchia «ma quanto l’hai lanciata lontana? Non è che domani vai e la cerchi a valle?»
«Macché, ti pare?» Donatello osserva l’ultima fetta di pizza e allunga le dita, si ferma poco prima di sfiorarla: il calore della mozzarella e del pomodoro gli solleticano il palmo della mano. Si guarda attorno: «È l’ultima. Dividiamo?»

Grazie per aver letto questo racconto!
La storia è frutto di un gioco che si svolge mensilmente, basato sul testo "Le Trentasei Situazioni Drammatiche" di Mike Figgis. Estraggo una delle situazioni drammatiche e la utilizzo come ispirazione per la mia storia.
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