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Giovanni Attanasio

Scrittore

Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Il Concorso

Le tirano un gessetto. Poi un altro. Al terzo si gira. Occhi di latte, non perché bianchi, ma perché fluttuano e ondeggiano, rimbalzano e risciacquano in una tazza che forse è troppo stretta. Straborda spesso, ma quel latte non sa di nulla, è addirittura salato.
«Signorina Garofalo!»
Il professore di qualcosa la fissa: in mano il quarto pezzo di gessetto, l’arma definitiva per attirare l’attenzione dei propri alunni.
«Sì, professore?»
«Che stiamo facendo noi?»
Che facevano? «Stavo seguendo, lo giuro.»
«Oh, ma certo. Seguiva fuori dalla finestra, signorina Garofalo.» L’uomo si sfila gli occhiali, si massaggia il collo del naso, «fatti due passi in corridoio, Susanna. Ti sciacqui la faccia e poi torni.»
«Seguo, lo prometto.» Il corridoio le fa schifo. Le aveva fatto schifo sin dal primo giorno di scuola e non era cambiato.
Il professore usa il gessetto come si deve, scrive espressioni matematiche alla lavagna. Susanna, a capo chino sul libro, cerca di decifrare qualsiasi cosa significhino quei geroglifici impressi sul nero. Ci vuole solo un attimo per distrarsi ancora. Il sorriso di un albero, la linguaccia del sole, l’aria d’inverno che spira e soffia.
«Susanna!»
Il corridoio l’aspetta.

La panchina del parchetto comunale dietro la scuola è tutta per lei. Una sola panca, metà imbrattata di scritte e manifestazioni d’affetto verso ignoti, l’altra metà linda, immacolata, più pura dei mobili lucidati da una casalinga fanatica. Susanna è piegata sulle ginocchia, la propria macchina fotografica stretta in mano, le dita sulla messa a fuoco: una coccinella si arrampica tra le lettere di un ti amo. Deve essere un segno del destino, perché col cielo a minacciare pioggia, le coccinelle dovrebbero dormire per risvegliarsi d’estate. Un paio di scatti velocissimi.
Rimette la macchina fotografica nello zaino, tra i libri. Due curve in autobus, un vialetto a piedi e la porta di casa per metà aperta: l’ultimo numero civico della strada, sotto un grosso albero dalle foglie gigantesche.
«La scuola non finisce alle due?»
«Sì, papà.»
«E che ore sono?»
Non serve l’orologio, non a lui e nemmeno a lei. «Ho fatto una passeggiata. Oggi non piove.»
«Hai dimenticato dei libri, per caso?»
Susanna scuote la testa, non molto sicura di dove suo padre voglia andare a parare. Ha il sentore che, nella migliore delle ipotesi, comincerà a strillare.
«La mamma è a casa?»
Mentre chiede, una giacca da camera volteggia sino all’uscio e racchiude, con la pelle graffettata alle ossa, la madre di Susanna. Li invita entrambi dentro: le labbra sono cucite, non hanno detto una parola dall’alba sino a quel momento.
A cena il pollo in brodo non sa di nulla. Mentre la ragazzina ci butta dentro un pezzo di pane tostato, la sedia di fronte striscia.
«Se lasci di nuovo i libri a casa di proposito, ti faccio piangere.»
«Li ho dimenticati, papà.»
«Certo. Li dimentichi lo stesso giorno in cui ricordi di portarti la macchina fotografica!»
Susanna tappa le orecchie. Una cosa ha imparato dai film: le urla, dal vivo, sono molto più assordanti. Quelle di suo padre le trapanano i palmi delle mani, bucando la carne: le grida e gli insulti riescono benissimo a raggiungere il cervello e rintronarlo del tutto. Poteva andare peggio, le viene da pensare. Nell’attimo in cui suo padre smette di dar spettacolo ai vicini, Susanna fa l’errore di alzare la testa, solo di un filo.

Due compagni di classe la fissano. Lei però è più interessata al contenuto della memoria della fotocamera. Dopo la coccinella del parco ci sono due singoli scatti, precisi e ponderati, della guancia di Susanna.
«Ciao.»
È uno di quei due. Susanna rimette di corsa la fotocamera nello zaino e sorride, seppur questo significhi ricordare alla propria mascella il dolore di quel ceffone.
Fa per uscire dalla scuola, dopo aver traversato il corridoio a passo spedito, e impatta contro la grossa sagoma di un uomo: è papà.
«Sono venuto a fare due chiacchiere col prof di matematica. Amico di un vecchio collega, sai?»
«Cosa gli hai detto?» domanda Susanna, sfilando lo zaino per tenerlo stretto al petto.
«Di aver pazienza con te.»
«Perché?»
Una fiaccola, presto un incendio, brucia negli occhi dell’uomo. Ci sono troppi ragazzini, troppi sguardi curiosi. Se ne infischia e la prende per il braccio, la strattona con forza sufficiente a farla incespicare. Susanna tentenna e deve seguirlo in auto.
«Ma tu l’hai capita qual è la situazione?»
«Papà, la matematica di quest’anno è difficile, io giuro che—»
«Non me ne frega un cazzo della matematica!» picchia il pugno, facendo traballare tutte le perline del rosario attorcigliato alla leva del cambio. «Lo sai quanto mi costa mandarti a scuola? Vuoi che ti faccio due conti veloci? Io i conti te li posso fare, almeno, perché ho studiato e tuo nonno era ragioniere. E tu? Tu che fai? Le sai le tabelline, almeno? Ma lasciamo perdere la matematica, va’, lasciamo stare. Fai schifo pure in storia, in italiano, in geografia, in tutto! Ma qualcosa la sai? Quanti anni hai, quindici, sedici, e non sai manco quando è iniziata la prima guerra mondiale! Almeno portami a casa un fidanzato, vai a scopare con qualcuno! Che cazzo fai tutto il tempo?»
Susanna incrocia il proprio riflesso nello specchietto. Sa di non poter tirar fuori la macchina fotografica, non può immortalare la propria disperazione: non si fida delle foto che fa la mente umana, dovrà lasciar sbiadire quell’espressione nei ricordi.
«Voglio tornare col bus.»
«Io non ti capisco...» lui ride, sconvolto. Si sporge e lei si rannicchia sul sedile: le viene aperto lo sportello. «Scendi. Fattela a piedi. Io devo andare a leccare il culo del nostro consulente bancario per mandarti in questa merda di scuola!»
Fuori, si accorge Susanna, piove.

A cena, non ha altra scelta che affrontare ancora i genitori. Durante la passeggiata sotto il gelo e la pioggia ha preso qualche appunto su come riscattarsi, su come costringere quei due sconosciuti che anche lei, nel suo piccolo, può fare qualcosa per la situazione economica della famiglia.
«Sono brava a fare fotografie,» mormora, col bicchiere ancora davanti alla bocca. «Farò un concorso. Si vincono cinquemila euro.»
Sua madre allontana gli occhi dalla parmigiana, medita se mostrare interesse.
«Ma perché non pensi a studiare, dico io?» suo padre non manca di mostrare, invece, il proprio scetticismo. Susanna lo prova a guardare, ma non appena incontra la sua barba irsuta e affilata ricorda del ceffone e torna a fissare il piatto vuoto.
«Posso provare, almeno?»
Non ottiene risposta.
«Dammi la macchina fotografica.»
«Papà, non—»
«Dammela!» si alza di scatto, le mani serpeggiano sul tavolo distruggendo ogni cosa.
Susanna indietreggia e quasi cade dalla sedia. Tira a sé lo zaino e si appiattisce contro la vetrinetta all’ingresso. Nessuna frase o scusa la può salvare. Prima che suo padre torni di nuovo all’assalto, corre fuori dalla porta di casa.


Susanna riesce a convincere un’amica a ospitarla per la notte. Ricorda per miracolo come si chiama: forse Olivia, forse Rosa. Parlano poco, non scherzano e non c’è confidenza. Con un velo d’imbarazzo a farle da sudario, Susanna si sdraia sul lettino sconosciuto e chiude gli occhi. Non appena il buio l’avvolge, sente le urla di suo padre, le grida di sua madre, la cacofonia di insulti, di rimpianti, di maledizioni: tutto le ricorda il suo fallimento. Sospetta che suo padre abbia perso il lavoro a causa sua; di tanto in tanto orecchiava discussioni tra i genitori, entrambi piagnucolavano di un passato felice nell’ozio e nel danaro, un passato distrutto dalla gravidanza indesiderata.
La mattina arriva furibonda, accompagnata da tuoni e tempesta. A mezzogiorno spunta un raggio di sole e Susanna ne approfitta per tornare a casa. È pronta a combattere, a insistere e far capire ai suoi genitori che può vincere quei cinquemila euro, può dimostrare che la sua passione per la fotografia vale qualcosa.
In vialetto è sporco di foglie imputridite e altri detriti portati dal vento; la porta di casa, stavolta, è barricata. Pulisce le scarpe sullo zerbino, gira la chiave nella toppa e avanza di un passo. Non ha mai avuto l’abitudine di avvertire di essere rientrata, né di esibirsi in danze o spettacoli per attirare l’occhio dei genitori.
Avanza di un altro passo e quasi inciampa: la borsa di sua madre è gettata per terra in mezzo al salotto. Prima di poter formulare un qualsiasi pensiero, Susanna gira di poco il capo: coglie un guizzo roseo, un lampo riflesso tra gli specchi delle vetrine e le finestre.
Un odore insalubre la prende per le narici, lo stomaco le si stringe e le gambe pesano come blocchi di cemento. Il cuore urla a squarciagola di scappare, di seguire l’istinto che l’ha sempre salvata e darsela a gambe. Ma Susanna procede.
Suo padre è ritto in mezzo al corridoio che porta alla camera da letto, i calzoni ammonticchiati tra i piedi. Sua madre, invece, è proprio davanti a lui, ed è schiacciata a forza tra la porta del bagno e la parete. Sangue dal naso, occhi sporchi di lacrime. L’odore è più forte, adesso è puzza, è doloroso ed è marcio. Nessuno si è accorto di lei, e nessuno se ne accorgerà. Indietreggia, con le lacrime a sgorgare senza sosta: purtroppo lo spietato disegno è nitido, la fotografia è perfetta e infallibile. Nessuna macchina fotografica avrebbe potuto immortalare meglio quella scena, il momento esatto in cui sua madre mordeva la propria mano per soffocare i gemiti di atroce dolore, il momento in cui offriva la propria anima all’uomo che le aveva messo un anello al dito e un cappio al collo.

Non aveva mai visto nessuno fare sesso, nemmeno nei film. Distoglieva sempre lo sguardo, ridacchiava e fissava il soffitto. Tra tutti, a spiegarle come funzionava, non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato suo padre, e non a quel modo.
Una tettoia sbilenca le offre riparo dalla pioggerellina, mentre col cellulare tra le dita naviga tra pagine web aperte e pronte da sfogliare. Dopo varie ricerche, riesce a scoprire che un secondo concorso, con in palio ben più soldi e riconoscimenti del precedente, accetta ogni genere di fotografia, non solo soggetti naturali. E l’anonimato.
Abbandona il suo rifugio temporaneo, diretta di nuovo a casa. Suo padre è comodamente seduto sulla poltrona, a fumare e chiacchierare al telefono. Susanna cerca rapidamente sua madre e, quando sente l’acqua della doccia scorrere, si rasserena: sta bene.

Quel fattaccio si sarebbe ripetuto. Susanna, viste le poche conoscenze in materia, si affida a chi, su internet, millanta di saperne di più. Il reato commesso da suo padre si sarebbe ripetuto: lo dice la scienza e lo ribadiscono medici e psicologi. Lei, intenzionata a vincere il concorso, senza più saperne neppure la ragione, rientra a casa in perfetto orario dopo scuola, studia in salotto dove tutti la possono vedere, ripete le lezioni a voce alta, chiacchiera e scambia messaggi vocali con le sue compagne.
In segreto, o così pensa lei, scandaglia la casa e i mobili, gli angoli e gli anfratti; sbircia e osserva, soppesa ogni possibilità e pondera se ciò che ha in mente di fare abbia senso.
«Che fai?» è sua madre, con cui raramente interagisce.
«Niente.»
«È successo qualcosa, di recente?» domanda la donna, apprensiva. Dall’altro capo del salotto, il marito si allontana, diretto al giardinetto dietro casa. «Rientri presto, Susanna, è strano. Non vai più in giro a fare foto?»
«Voglio studiare. Non voglio far arrabbiare papà.»
La madre stringe i denti, contrae ogni muscolo. «Papà sta bene.»
«E tu?»
«Io?» trasalisce, sorpresa dalla subitanea curiosità della figlia. La bimba che rifugge le discussioni noiose la scruta in quel momento con palese interesse. «Qualsiasi cosa tu abbia in mente, smettila.»
«Non ho niente in mente.»
Non è veloce abbastanza. Sua madre le strappa lo zaino dalle mani e sequestra immediatamente la macchina fotografica. Susanna non ha voce, non riesce a esprimere il terrore che sua madre accenda la fotocamera.
«Smettila di fare foto, Susanna.»
«Non posso.»
«Cosa speri di ottenere?»
Susanna non capisce, e ha subito la sensazione che sua madre si stia riferendo a qualcosa che le sfugge. Tace. La macchina fotografica le viene rimessa tra le mani.
«Domani tornerai tardi, vero?»
«No.»
«Sicura?»
Il cuore le si ferma nel petto. «Mamma...»
«Domani tornerai tardi, allora? Io e tuo padre vogliamo stare da soli.» Lo ripete più volte, a tono alto. Entrambe si accorgono che l’uomo di casa sporge il capo da dietro l’angolo. «Non fare troppo tardi, però,» conclude sua madre tra le labbra secche, dandole un bacio in fronte.

La sera seguente, la porta di casa è sigillata. Susanna trema, le chiavi le cadono dalle mani. Nel prenderle da terra, si accorge che spingere la porta è sufficiente. C’è uno strano silenzio. Con la macchina fotografica in mano avanza nel salotto. Sente lo stesso odore dell’altro giorno, la stessa elettricità nell’aria.
Sforza l’orecchio e i primi gemiti la colgono alla sprovvista. Deve voltarsi, andarsene. La tentazione di spegnere la fotocamera e tornare dalla sua amica è feroce. Ma non può.
Un passo sul tappeto, e giù sino al corridoio. La luce è accesa, quella della camera da letto pure, trafila distorta e ondulante, scossa da entità che si muovono veloci. Susanna non può avanzare più di così. Coglie il corpo nudo di sua madre attraverso lo spiraglio aperto della porta. I polmoni non riescono a darle abbastanza ossigeno, la testa fluttua e la vista si fa incerta. Fa un passo indietro. Poi un altro.
Le vene pulsano, ogni singolo muscolo è teso e pronto all’azione. Osserva la camera da letto dei suoi genitori attraverso l’obiettivo. L’azione sembra rallentare, i movimenti confondono il sensore della fotocamera e deve passare alla messa a fuoco manuale. Zooma, poco, per non inquadrare le facce. Li fissa, immota, senza azzardarsi a tornare a guardarli coi propri occhi: attraverso la lente della camera può sopportarlo. Ma non è così: ansima, lei stessa, soffre come se tra le coperte ci fosse lei a penare, a sopportare e immolarsi. Il dito sfiora leggero il tasto per immortalare la scena.
Coglie un rivoletto di sangue, fugace e lesto, seguire l’interno coscia di sua madre ed estinguersi tra le lenzuola. È sorda, i suoni di quella macabra colluttazione sono ovattati e distanti. L’obbiettivo della camera stringe, sfoca, poi è a fuoco: scatta. La ferocia viene cristallizzata, le nudità, le imperfezioni del corpo umano, i gesti crudi e asciutti. Altri due scatti veloci, e poi corre via.

Trascorre del tempo, giorni senza colore. Susanna aiuta sua madre, finge di non sapere la ragione per cui claudica, finge ignoranza mentre le poggia sotto il sedere il cuscino più morbido che trova. La assiste, la coccola, e aspetta i risultati del concorso.
È mattina quando le arriva l’e-mail.
«Papà,» dice, in un soffio, «ho vinto un concorso di fotografia.»
Getta sul tavolo la foto e l’assegno da diecimila euro. Lui la guarda per un po’, perplesso.
«È porno?» scoppia a ridere.
«Sì.»
«Quando avresti avuto modo di fare una porcheria del genere? Chi diavolo è che—» si blocca: la risposta arriva da sé.
«Spero che possiamo essere felici d’ora in poi, papà. Io farò quello che vuoi tu, ma voglio anche fare foto. Tu, però, cerca di essere più gentile con la mamma.»
Susanna si siede accanto a lui e lo ascolta singhiozzare, lo guarda portare le mani ai capelli: «Che ho fatto? Perdonatemi, vi supplico. Perdonatemi...» non riesce più ad articolare, a mettere in fila lettere e suoni. È distrutto.
Nella quiete di una mattina d’inverno, tre cuori che battono assieme fanno più rumore del rombo di un tuono, l’ultima fragorosa esplosione prima che torni a splendere il sole.

FINE (ma c'è dell'altro, continua a leggere.)


Analisi tarocchi

Grazie per aver letto questo racconto!

La storia è frutto di un gioco che ho fatto coi miei lettori e lettrici su Instagram e Facebook. Ho dato loro la possibilità di scegliere cinque numeri che avrei usato per estrarre dei tarocchi su cui basare una storia originale. Se sei curioso e vuoi partecipare, puoi seguirmi sui miei canali social per non perderti altre novità e iniziative simili!

Di seguito fornirò una breve analisi dei tarocchi estratti e cercherò di chiarire come li ho interpretati per dar vita a questo racconto!

Page of WandsQuesto tarocco mi ha suggerito l'idea di una persona che viene tirata a destra e a manca, strattonata senza pietà sino a deformarsi. Da qui è nata la mia protagonista, con annessi i suoi problemi e i genitori che la tirano senza preoccuparsi di lei.
The LionsmithImpossibile non collegare questo tarocco a un despota o un tiranno, qualcuno che sfrutta il proprio potere in modo errato. La figura evocata risuona perfettamente con il padre della protagonista, un uomo che vuole divorare la figlia e la propria famiglia sfruttando il proprio status e la propria capacità di creare leoni, quindi pericoli e minacce, dal nulla.
X of WandsQuesto è il primo tarocco che ho dedicato personalmente alla protagonista. Racchiude alla perfezione il suo stato iniziale, il perenne sognare e l'alienarsi dalla realtà attraverso la fotografia; è una ragazza fragile, che preferisce non affrontare i problemi e dormirci su.
V of CupsIl secondo tarocco dedicato alla protagonista, canalizza la sua esplosione interna, il risveglio. È il demone che prende il sopravvento e la porta a compiere la scelta estrema di fotografare i genitori nel loro deprecabile atto per dimostrare loro di valere qualcosa.
The Sun-in-ragsÈ stato impossibile, osservando questo tarocco, non pensare a qualcosa di macabro e doloroso. A rifletterci su, è la carta che ha dato via al processo creativo di tutta la storia, la carta su cui mi sono soffermato per estrarre la metafora finale. Il sole dilaniato rappresenta la madre abusata dal padre. Il suo sanguinare e macchiare la candida terra è l'immagine perfetta per racchiudere il significato della storia: la protagonista non potrà resistere sapendo che la propria madre soffre, e ciò la porterà a vincere il concorso e salvare la propria famiglia da un destino di sangue e miseria.

Grazie ancora per aver letto questo racconto e la mia interpretazione dei tarocchi! Se vuoi commentare o dirmi qualcosa, puoi farlo sotto il post del racconto, su Instagram o Facebook, oppure mandarmi un messaggio privato.

Alla prossima avventura assieme!