Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Ehi

ATTENZIONE: Il testo contiene menzioni esplicite di violenza sessuale e psicologica e personaggi in forti condizioni di disagio.

Situazione drammatica: Perdere una persona amata.

A quanto pare sono una puttana. Me la sono cercata. Così dicono sui social, sotto al mio profilo. Non me ne frega manco niente di cancellarlo, di renderlo privato. Scrivete, lasciatemi messaggi, storie, video e quello che vi pare.
Qualcuno forse mi difende, mi supporta. A qualcuno interessa come mi sento. Però poi dice tutto in maiuscolo che è un bene che lo abbiano ucciso. Sì, è un bene, certo. Ma voi che cazzo ne sapete?
Potrei davvero rispondere. Certo che potrei. A tutte quelle femministe impazzite che gridano che dovrebbero strappare loro i coglioni alla nascita, bruciarli vivi, prenderli a manganellate. È un bene che lo abbiano ucciso. E sono le madri a gridarlo, madri come la mia: me le immagino, sedute dal parrucchiere, a urlare che sia un bene che sia crepato.
Ah, vorrei tanto sapere cosa ne penserebbe lui se fosse ancora vivo. Parlavamo spesso, a dispetto di quello che credono loro. Ho parlato più con te che con quegli psicologi imbecilli che mi vogliono affibbiare non so che infermità. Non sono inferma, io lo so cosa penso e cosa provo. La mamma vi paga e tutto ciò che fate è farmi sentire una merda, come se fosse colpa mia. Nemmeno voi sapete un cazzo, e scommetto che qualcuno di questi dottori è in camera sua a scrivere sotto al mio profilo che non meritavo d’essere salvata.
Non credo di potercela fare ancora per molto. Qui è tutto finto. Questo materasso è troppo morbido, troppo pulito. Mamma cambia le lenzuola tutti i giorni e mi obbliga anche a fare la doccia. Mi lava lei stessa, se necessario. E mi controlla la fica, me la tocca e la ravana come a togliere la terra dalla lattuga prima di servirla.
«Ti fa male?»
E io scrollo le spalle. Può essere un o un no, scegli tu, mamma.
«Dovremmo andare dal ginecologo.» È sempre un . «Hai parlato con—»
«Ci siamo lasciati.»
«Hm, vero, sì. Peccato.»
Peccato. E chiude il rubinetto. Peccato di che? Quella faccia di cazzo non vuole starci con una zoccola. Lo ha reso pubblico in tv, in quei salottini all’americana.
Un idiota che dice che se me ne stavo a casa non succedeva niente. Però quello in tv non se lo fa scappare.
Avrei dovuto lasciarlo dopo tre giorni. Si lagnava quando non mi mettevo a pecora o quando non volevo mi venisse in faccia e mi sbattesse il cazzo sul naso. E poi, quando vengo drogata e rapita, la stronza sono sempre io.
Mi taggano su una storia di Instagram. Mi taggano, ci rendiamo conto? Chi sei, mia sorella? Che vuoi.
C’è una biondina di sedici anni, non gliene do uno di più: «Non reagisci, Lucia? Non lo senti cosa dicono i telegiornali di te? Lo sai che il poliziotto che lo ha ucciso per salvarti è sotto indagine?»
Non me ne frega niente.
«Lo sai che rischia di andare in prigione per aver fatto il suo dovere? Ti ha salvata, e va in prigione!»
Ma che ne sai tu. Che ne sai.
«Quell’animale ti ha stuprata e abusata per giorni, il fatto che lo abbiano ucciso per sbaglio è solo un bene. Il signor Di Paolo andrebbe fatto santo!»
Ora basta. Questa ha esagerato: «Il signor Di Paolo è un assassino. Non c’era nessuna ragione di ucciderlo. La giustizia farà il suo corso.»
Bam! Tieni, divertiti. Vai e strillare al tuo circolo o assieme al tuo movimento social-stocazzo. Vai. Condividi, diffondi come la penso.
La porta si apre.
«Lucia!»
La mamma ha ancora il tailleur della banca. Si trucca per i giornalisti che la fermano? Chissà.
«Lucia, che hai scritto su quel telefono?»
Si tappa il naso e avanza. Apre le persiane. Ah, è giorno allora.
«Cancella tutto. Dai.»
«Tanto avranno fatto gli screen.»
«Dio.» Si toglie le forcine dai capelli. Mi fa schifo che ci assomigliamo. «E che facciamo, adesso?» Sospira, boccheggia. Si siede sul letto. Si alza di scatto. «Ma hai pisciato a letto?»
«Sì.»
Piange. Però stavolta piange sul serio, non è la sua solita recita. «Io la mattina vado al lavoro, Lucia, io vedo la gente per strada. Sapessi cosa mi dicono di te.»
«E tu cosa dici loro di me?»
«Che devo dire?»
«Voglio sapere le esatte parole.»
Tossicchia. «Che quell’uomo ti ha fatto male. E che tu lo odi. Che sei una brava figlia.» Si massaggia il petto. Sverrà di nuovo? «Tu lo odi, è vero?»
Scrollo le spalle. Può essere un o un no, scegli tu, mamma.
«Dio santo...»
Risposta esatta. Brava.
Se chiudo gli occhi sento ancora l’odore del bosco, del legno della baita che si mischia al muschio sui tronchi. Quel sapore strano tra i denti, un po’ di terra e un po’ di sangue delle gengive. I cibi precotti asiatici che mi portava: ramen, pollo al curry, sushi confezionato.
«Ehi.» Diceva sempre, entrando dalla porta. Si avvicinava al mio materasso e mi fissava dall’alto. «Devo sciacquarti?»
Le prime volte ho detto di no. Ma poi la puzza di merda e piscio era diventata così forte che lui stesso mi ha tolto lo schifo di dosso con una spugna per i piatti.
«Adesso starai meglio.» Mormorava. «Sono stato impegnato, perdonami se ti ho lasciata così.» Forse gridava? No, non ha mai gridato.
Sono sicura che mi abbia chiesto qualcosa; un giorno, dopo il suo ehi.
«Solo se vuoi.»
Devo aver scrollato le spalle.
«Solo se tu lo vuoi, Lucia.»
E così abbiamo iniziato a scopare. Missionario. Lui sopra e io sotto. Sembrava una scenetta di un film istruttivo: “Sesso a scopo procreativo”. Con la differenza che lui finiva sempre sul materasso, di solito lontano dal mio corpo. Quelle volte che carpivo il suo sguardo sembrava che lo stessero accoltellando mentre veniva. Ogni tanto la sua roba gocciolava sul ginocchio, sulla mia coscia. Si scusava e andava via, fuori.
A volte sembrava che fossi stata io a drogarlo e rapirlo. I sequestratori nei film sembrano disperati, li truccano strani, li sporcano. Lui ha sempre avuto la faccia di uno qualsiasi, di uno che va al supermercato a comprare le uova che ha dimenticato di prendere il giorno prima. La barba sfatta, bionda. I capelli sembravano grano, come quello fuori città.
«Ehi.»
Che ci facevi in quel locale? Che vita facevi, prima? Mi hai detto così tante cose, ma non le ricordo più. Non sono brava coi puzzle. Avresti dovuto dirmi le cose in modo chiarissimo. Almeno tu.
«Lucia, ti ho fatto male?»
Lo chiedeva, ma non ricordo in che occasione. Male? No. Non credo me ne abbia mai fatto.
I commenti sotto il mio profilo non sono cambiati. L’ultima mia foto è proprio della serata in cui lui mi ha rapita. Una stangona, così scriverebbe qualche giornale se non fosse troppo cringe. Tacchi, minigonna, toppino e capelli cotonati. Era una serata anni ’80. Ero una vera porcona.
«Ehi.»
Non riconoscevo la busta della spesa, ma ora so che a volte passava il confine per comprare roba. «Ciao.»
«Stai bene?»
«Perché sei gentile con me?»
Si alzava sempre in piedi quando parlavamo per più di due secondi. «Non c’è ragione di essere crudele. Che mi hai fatto tu di male, Lucia?»
«Niente. Però mi hai rapita lo stesso.»
«Hai ragione.» Mangiava quel suo chili precotto, direttamente dalla latta. «Vedila come una vacanza assieme. Hm, no, così sembra davvero che sono pazzo.»
«Lo so che non sei pazzo.»
«C’è una tizia che insiste nel dire che l’ho molestata. Non è mai successo. Ma lei insiste, e pure se l’udienza è conclusa adesso sono un mostro per tutti. Non ho fatto niente, mai.»
«Perché mi hai rapita? Adesso penseranno che lo sei davvero.»
A quel punto tagliava la discussione. Faceva solo quella faccia, come se qualcuno gli stesse mangiando il cuore con un cucchiaino.
«Mi dispiace di essere stato violento, ieri notte. È inutile far finta di essere buono. Non lo sono. Scusa. Odiami, è meglio.»
«Decido io chi odiare e chi amare.»
I suoi occhi erano enormi. Enormi, davvero, come l’intero universo. Un universo in lacrime.
«Puoi allentare la catena?»
«Perché? Vuoi scappare?»
Non ho mai risposto. Né a lui né a me stessa. Dovrò rispondere, prima o poi.
«Ecco fatto.»
Il suono della catena che scivolava via dall’anello che avevo al collo era surreale. Credo di averlo immaginato.
La libertà. Potermi alzare. Poter guardare a terra e vedere il materasso su cui dormivo da una nuova prospettiva. Macchie, strappi, aloni. I nostri fluidi. Il mio sangue mestruale. La merda, il piscio, il sudore.
«Non ti allontanare, è gelido fuori.» Mi guardava sempre, come si guarda qualcosa che sai di non meritare. «Metti la mia giacca.»
Non ho nemmeno varcato la soglia. Il fuori non esisteva più. Mi bastava l’odore del bosco. Solo l’odore.
E poi abbiamo scopato, ma stavolta io ero sopra.
Non è per via del mio ex, o degli amici. O della mamma. Lei non può prendersi il merito anche di questo: volevo restare lì perché avevo deciso così. Non stavo facendo dispetti a nessuno.
«Lucia, dove stai andando?» La mamma mi blocca la via. «Dove vai?»
«Voglio andare al cimitero.»
«Cimi—» si copre la bocca. Ha capito. «Torna in camera.»
«È un mio diritto visitare la sua tomba.»
«Non è un tuo diritto!» È esplosa. È rossa, quasi viola. Sembra un piccione quando gonfiano le piume. «Tu non hai più nessun diritto dopo aver rifiutato tutti gli aiuti che ti ho messo a disposizione! Che ti ha detto quella bestia? Che ti ha fatto per farti diventare così? Ti avrà drogata. Perché non confessi che ti ha drogata?»
«Non lo ha mai fatto.»
Barcolla. Forse sviene. Forse crepa. «Dove ho sbagliato?»
Classico. Le mie scelte non dipendono da lei, lo capirà mai? «Spostati.»
«Tu al cimitero non ci vai. Se i giornalisti ti vedono, è la fine. Non aspettano altro.»
«Levati.»
«Torna in camera!» Mi spinge e cado a terra. Non ho la forza di oppormi. Mi trascina per i piedi.
La mamma torna la sera a controllare che sia viva. Mi trova tra le lenzuola: con una mano mi strozzo e con l’altra mi scavo la fica. Mi osserva. Resta sulla porta come se ci fosse un muro. Un muro, in effetti, c’è. È più uno specchio tutto distorto: io vedo riflessa la madre che vorrei, lei la figlia che vorrebbe.
Una figlia con un fidanzato per bene. Che fa del sesso per bene. Con amiche per bene di cui parla di progetti futuri, di sposarsi e fare figli. Ma in quello specchio io mi vedo riflessa per ciò che sono e non riesco più a vergognarmene. Io mi vedo così, mamma, con le gambe strette attorno alla mia mano mentre mi stupro e mi strozzo. Mi vedo così.
«P-puoi prendere la mia auto.» Dice. «Cerca di non farti vedere.»
Cado giù dal letto. Gattono verso di lei e mi offre una mano per rimettermi in piedi.
«Fatti il bidet, almeno.»
Apro il cassetto e infilo gli slip. Dei jeans, una maglietta. Il cappotto. Mi volto un attimo: è ancora sulla porta della mia camera.
«Io lo amavo davvero.» Le dico.
Ma non sente. Devo essere davvero meravigliosa, dal suo lato dello specchio.
Riesco a guidare sino al cimitero. Mi gira la testa. Forse gli orgasmi, forse il fatto che non tocco cibo da giorni. Forse il fatto che siamo di nuovo vicini. Forse il fatto che accettare chi sono e come sono mi toglie le energie. La libertà di scelta è dispendiosa, è faticosa. Sarà così, d’ora in poi? Adesso che la mamma ha smesso di dirmi chi è giusto amare e come farlo e dove vivere e perché, dovrò faticare io?
Mi inginocchio di fronte a lui. Lo trovo subito perché è l’unica tomba piena di scritte e vernice spray e con la lapide spaccata, la terra scavata. Non importa cosa pensano di te gli altri. Né cosa pensano di me. Chiedere scusa significherebbe ammettere di aver sbagliato. Non ho sbagliato.
Sfioro la lapide, quel che resta della sua foto. «Ehi.»

Grazie per aver letto questo racconto!
La storia è frutto di un gioco che si svolge mensilmente, basato sul testo "Le Trentasei Situazioni Drammatiche" di Mike Figgis. Estraggo una delle situazioni drammatiche e la utilizzo come ispirazione per la mia storia.
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