Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

È tornata la luce

Questa storia è stata scritta in occasione della Festa della Mamma 2021.

Oggi, come ieri e come l’altro ieri, siedo qui al computer. C’è un velo di polvere sulla scrivania, ricopre ogni cosa, non si sposta e non verrà spazzata via. Chi amava pulire e lucidare non entra spesso in camera mia, non più. Attorno a me, sporco e pattume.
Libri, qualche matita, un panno sulla tastiera, il silenzio del mattino. Vado al lavoro, mi dice, ferma sotto la porta della camera: non farà quel passo in più. Non rispondo. Non serve. Fatti da mangiare, mormora. E va via.
Chissà come siamo arrivati a questo punto. Dev’essere un processo naturale tra madre e figlio. Cosa dovrei credere, altrimenti? Non può essere colpa mia. O sì? Gli altri parlano e scherzano con le proprie madri, escono assieme e non se ne vergognano. Non è vergogna, la mia. Vergogna di cosa, poi?
Chissà come sembriamo, visti dall’esterno. Due persone. Madre e figlio? si domanderà qualcuno. Camminano e non parlano: si conoscono? e voltando l’angolo si dimenticheranno di noi.
Borse della spesa, il cenno di aprire il cofano; sbrigati e chiudi, dobbiamo ancora comprare le scarpe! le scarpe, sì, e siamo di nuovo assieme, muti. Gesti, brontolii, un sospiro snervato. Ma prendi quella che capita! avrei detto per le scarpe, ma non serve mai. Lo percepisce, certo che lo percepisce: è una madre. E io, sono un figlio? O uno sconosciuto?
È rabbia. Sì, c’è sempre rabbia. La polvere è qui, immobile, resterà lì perché non è compito mio toglierla. Compito. Doveri e altri doveri. È mio dovere di figlio essere gentile e rispettare mia madre? Voglio anche i miei spazi. Posso? È troppo facile incazzarsi. Col tempo dà sempre meno soddisfazione, però.
Vento e tempesta, l’inverno peggiore nel momento peggiore della mia vita. Come posso confessare ciò che sono davvero? Come? Magari con grugniti e danze tribali, come una scimmia ammaestrata: questo sono ai suoi occhi, una bestiaccia. Non parlo, mangio e dormo. Mi sveglio e tutto ricomincia.
Va via la luce. Un classico! Non torna, lo so già; in questo buco di culo è sempre così. Dovrei andare altrove. Lontano dal cuore, si dice. Ma quando si tratta di due cuori uniti, cosa si può fare? Lontano, vai lontano, che tanto una volta superato il dolore dello strappo farà tutto meno male.
È sulla porta, la luce di una candela tra le mani. Rughe, il tempo che passa, un taglio di capelli diverso ogni mese, forse per inseguire il passato. Chi sono io per giudicare. Chi. Un figlio? E mia madre mi giudica? Arriverebbe a giudicarmi se le confessassi ciò che sono? Forse non serve allontanarsi per strappare il legame tra due cuori, forse bastano un paio di forbici: se le confidassi tutto, sarebbe come dare un taglio netto, no?
La seguo giù, le do una mano a cucinare. Candele piccole poggiate in bicchierini di plastica. La cera che si consuma, l’orologio che batte, il temporale, la fiammella incerta sotto la pentola. Papà torna tardi, tuo fratello pure, mi avverte. Ah, capisco. Puoi tornare sopra a leggere, se vuoi.
Ho un piede sul primo gradino. La porta di casa si apre. Mamma è lì, l’ombrello in mano e tutta l’intenzione di lanciarsi nella bufera.
«Ma che fai!?» la mia voce, così forte e risoluta.
«Vado dalla nonna, è qua dietro.»
«Con ‘sto tempo?»
Scrolla le spalle. Le labbra secche si muovono, ma non parla. Meglio prendersi un malanno e crepare che stare un altro minuto con mio figlio. Non lo dice. Lo pensa?
Chiudo la porta, le faccio un cenno di andarsi a sedere. Da quanto tempo non stavo di fianco a lei così? Mia madre. Se allargassi le braccia potrei avvolgerla, stringerla a me, così piccina e smunta. Una donna così mi ha cresciuto. Una donna così stanca e triste mi vuole ancora bene.
«Vuoi parlare un po’?» il mio è un sussurro. La gola e la bocca non sanno nemmeno articolarli, i suoni: un balbettio dettato dalla vergogna, dal pentimento.
Lei torna ai fornelli. China il capo. «Lo so di cosa vuoi parlare.»
Ah, ovvio. Lo sa. Allora funziona davvero così, non è una cosa dei film. Loro sanno sempre tutto, le madri. Forse sono io che non so niente.
«Mamma...»
«È tornata la luce.»
È vero. La spia della tv è accesa.
«Non torni in camera a giocare al computer?»
Giocherò domani. Non giocherò mai più, anzi, se basta solo la mia presenza accanto a te per renderti così bella e immortale. «Pasta ai funghi?»
Lei sorride: «La tua preferita.»
Perché tu sai tutto di me, mamma. E io non so niente.