Giovanni Attanasio Scrive

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Nato e cresciuto in provincia di Messina, in Sicilia, sono emigrato in Germania nel 2017. Appassionato di scrittura sin da bambino, ho deciso di riprendere in mano la passione che avevo per anni messo nel cassetto per diventare uno scrittore professionista.

Giovanni Attanasio

Almeno tu

Questo racconto è stato scritto in occasione della Festa della Donna 2022.

Due cartoni di pizza: uno vuoto, l’altro con qualche pezzo di margherita mordicchiato solo alla punta. Fratello e sorella sedevano sul divano, senza guardarsi.
«Edo?» Lei distese le gambe verso di lui.
«Che c’è?»
«Perché hai picchiato Lorenzo?»
Fece spallucce. «Non è vero niente.»
«Una persona che esce col vostro gruppo me lo ha detto. Lo so che è vero.» Lo punzecchiò col piede racchiuso nel calzino. «Non eravate migliori amici?»
«Migliori amici? Non abbiamo tredici anni.»
«Però eravate vicini.»
Edo si alzò e chiuse entrambi i cartoni della pizza.
«Aspetta, ne voglio ancora, forse.»
«Luisa, se la vuoi te la porti in camera e te la mangi lì.»
«Ma scusa, perché non vuoi stare a parlare con me?»
Ripose i cartoni sul tavolino e tornò al divano. «Di che dobbiamo parlare?»
«Perché lo hai picchiato? So che gli hai fatto male.»
«Non volevo esagerare. È successo.»
Luisa gattonò tra i cuscini e gli finì accanto. «Me lo dici?»
«Che?»
«Tu non ti arrabbi mai con gli altri, cos’ha fatto di così strano?»
Lui la sbirciò. I capelli castani le dondolavano davanti agli occhi mentre ciondolava.
«Edo...»
«Ha detto delle cose su una persona a me cara. Cose false e che una faccia di merda come lui non dovrebbe permette—»
«Ho capito.»
Lui annuì. «Tutto qua. Ha sbagliato e ha pagato.»
Chinò il capo, «ok.»
«Adesso puliamo, prima che tornino papà e mamma.»
Lei gli prese il polso. «Chi è questa persona cara? E cosa ha detto di questa persona?»
Edo la fissò. «Ma che ti frega? Che scassapalle. Lascia stare, sono cose tra noi.»
«Tra voi? Anche se parlava di me?»
Si paralizzò.
«Ti sei arrabbiato con lui perché parlava male di me?»
Lui si girò lentamente dall’altro lato, evitò il suo sguardo. «È stata un’altra la ragione, quello è extra.»
«Che diceva?»
Respirò a fondo. «Ha detto che fai pompini a tutta la scuola. Sono stronzate.»
«Sei sicuro che siano stronzate?»
Edo scattò in piedi. «Luisa, mi sto incazzando!»
«Perché?»
«Perché tu non le fai quelle merdate, e non voglio rotto il cazzo con queste voci e cose che vi girate su WhatsApp in quei gruppi! Lorenzo è un coglione, punto.» Calciò il divano e lei si rannicchiò con le ginocchia al petto. «Sono tutte stronzate, Luisa. Tu non sei in quel modo.»
«Edoardo...»
«Luisa, per fa—»
«E fammi spiegare, santo Dio!»
«Spiegare cosa!?» Picchiò il pugno sul tavolo. «Sei mia sorella, non una cazzo di pompinara qualsiasi!»
Lei tirò su col naso «Non sono solo tua sorella, sono anche una ragazza.»
«E che significa?»
«Le ragazze che ti scopi hanno pure loro fratelli e cugini e padri. Che dovrebbero fare, secondo te? Starsene in camera tutto il tempo? Chiedere il permesso pure per mast—»
«Questo non c’entra veramente nie—»
«Zitto e fammi finire! Fai tutto lo scorbutico e poi, anziché ascoltarmi quando provo a parlarti, te ne vai a picchiare chi mette in giro voci su di me. Ti pare normale?»
«E a te pare normale succhiare ca—» Si morse il pugno. «Luisa, non ci riesco. Scusa. Mi incazzo e basta, non sono capace di stare calmo su queste cose, e lo sai.»
«No, non lo so.» Tirò su col naso. «Non so niente di te, ormai.»
«Per favore, vattene in camera.»
Edoardo tornò in salotto con la pezzuola per pulire il tavolino. Luisa era ancora lì.
«Non dovrebbe pulire la donna?» Borbottò lei. «Cosa dice il tuo codice morale da fratello iperprotettivo?»
Lui lanciò una pezza umida sul tavolo. «Lo capisci come mi sento?»
«No.»
«Vaffanculo.»
«È vero però, non capisco. Cosa dovrei capire?» Abbracciò un cuscino. «Perché sei diventato così? Ti ricordi quando facevamo il bagno assieme e io facevo la pipì e tu ti arra—»
«Eravamo dei cazzo di bambini, Luisa. E spero che tu non racconti certe cose in giro, che poi ci pigliano pure per—»
«Dio, Edo, ma lo vedi come sei?»
«Come sono?» Incrociò le braccia al petto. «Eravamo bambini e facevamo cose da bambini. Fine del discorso.»
«Allora voglio tornare bambina. Voglio starmene con te sotto le coperte e raccontarti tutto senza che tu urli o prendi a calci le cose o le persone. Adesso invece ti vergogni di me e del fatto che esisto!»
«Smettila, non è vero. E non piangere.»
Lei asciugò le lacrime sul cuscino. «Almeno tu dovresti essere dalla mia parte...»
«Lo sono! Luisa, io sarò—»
«Non è vero!»
«Non avrei dovuto sfasciarlo di legnate, quel coglione? Dovevo ascoltarlo mentre diceva di volerti fott— Luisa, tu non hai idea di cosa ha detto! Lo capisci cosa c’è nella mia testa quando le persone dicono quelle cose di te?»
«Io non capisco niente.» Si distese. «Non capisco cosa dovrei fare o cosa dovrei essere per farti felice.»
«Ma che c’entra, adesso?»
«Ti vergogni di me, Edo. Ammettilo. Adesso che faccio certe cose, ti faccio schifo. Mi volevi bene quand’ero piccola e innocente, ma adesso? Questo schifo di corpo pieno di peli e ormoni e voglie ti fa ribrezzo: sono diversa e faccio cose che non dovrei e non sono la sorellina che tu ricordi.» Singhiozzò. «Non posso parlarne a nessuna delle mie amiche, perché dicono solo idiozie e mi fanno di sì con la testa ma sono del tutto inutili. Se mi lasci sola anche tu, con chi dovrei parlare per scoprire cosa fare o se sto sbagliando tutto?»
«Io... non lo so.»
«Almeno dimmi cosa si prova a essere uomo, a sapere già cosa gli altri si aspettano da te.»
«Non la portare sull’uomo-donna, Luisa. Non c’entra davvero niente.»
Lei si mise seduta. Lo fissò. «Allora perché non posso divertirmi anche io come fai tu? Perché se io mi lascio andare a una festa sono una zoccola, e se lo fai tu sei un eroe nazionale? Perché se ho voglia di fare un pompino finisco in una sorta di lista di “ragazze disponibili” o chissà che altro? Cosa ti aspetti tu, da me?»
Edo indietreggiò sino a battere le spalle al muro. Chinò il capo e il ciuffo castano gli coprì gli occhi. Si pinzò il naso. «Non riesco, Lu. Sei una donna, ormai, e certe cose io non le posso più sapere.»
«Ma dov’è scritto!? E poi, donna? Ti sembro una donna?» Scoppiò a ridere. «Sono la miniatura di una donna, una specie di sketch a matita che continuo a cancellare e ridisegnare perché non so che forma voglio avere! Non sono niente.»
«Sei mia sorella.»
«Sì, come no. Prima non lo sono, poi sì. Deciditi!» Lo raggiunse. «Se sono tua sorella, allora abbracciami. Stringimi fortissimo e fammi tornare bambina.»
Lui la accolse tra le braccia: Luisa gli arrivava al petto.
«Edo, non è giusto che mi senta così sola.»
«Lo so.» Le carezzò i capelli. «Io non so niente di voi donne, ma so tanto di te.»
«E cosa sai dirmi, di me?»
«Che sei perfetta così.»
«Eh, certo. Facile.»
Le prese il volto tra le mani. «Luisa, sarò qui ad ascoltarti.»
«Sì? Anche se vorrò parlarti di cose da femmina?»
«E che sarebbero queste cose?»
Lei sogghignò. «Niente. È una cretinata.»
«Infatti. D’ora in poi potrai raccontarmi tutto.» Le massaggiò la schiena e lei singhiozzò, si spinse contro il suo petto. «Hai capito, scema?»
«Per favore, Edo, dimmi che almeno tu ci sarai sempre.»
Occhieggiò al calendario sul muro. «Settimana prossima mamma e papà vanno in Spagna. Vuoi prendere di nuovo pizza?»
«Non riesci proprio a dirlo, vero? Sei tutto duro e maschio, adesso. Vorrei vederti piangere di nuovo, Edo.»
«Scema.» Si chinò e le baciò la fronte. «Ti voglio bene, Luisa.»
«Ah, una lacri—»
«Taci.»